Kalongo, compie 60 anni la scuola di ostetricia della Fondazione Ambrosoli

Padre Giuseppe Ambrosoli, il “medico della carità”

Un ponte d’amore lega con una lunga fedeltà Como e l’Uganda nel segno del “medico della carità” padre Giuseppe Ambrosoli.
E sulle orme dell’amato zio, è in procinto di partire per un nuovo viaggio in Uganda, dove si reca due volte l’anno per coordinare le attività della fondazione che porta il suo nome, la presidente Giovanna Ambrosoli. Che fa il punto delle iniziative in agenda.
«Nostro obiettivo è rendere sempre più efficiente l’ospedale di Kalongo, che per oltre vent’anni è stato al centro di una sanguinosa guerra civile e soffre di un forte deficit strutturale. Questo pone limiti alla qualità delle cure erogate, in termini di spazi riservati all’attività sanitaria. Entro un anno e mezzo intendiamo aprire il nuovo reparto di pediatria, area che da sola impegna l’ospedale per il 40% delle sue forze. Altro obiettivo è rinnovare tutte le abitazioni del personale dell’ospedale, grazie a un finanziamento della Cei. Siamo a metà del progetto, che è pluriennale».
Como sostiene sempre con entusiasmo la Fondazione Ambrosoli, anche se in generale il dibattito sul tema dei migranti in corso in Italia non aiuta chi si impegna per l’Africa. «In Italia il tema divide, e non ci fa bene – dice Giovanna Ambrosoli – Non viviamo tempi facili, spesso si concentrano altrove le attenzioni dei sostenitori. Ma l’impegno economico del Lario si è intensificato e questo ci conforta».
Ma quali difficoltà che trovate in Africa? «L’ospedale di Kalongo soffre per la sua collocazione, è in mezzo alla savana, non si raggiunge su strade asfaltate, ma è anche l’unico avamposto di salute per un’area che va oltre il distretto, su cui insistono 230mila persone. È l’unico ospedale con sale chirurgiche della zona e vi fa capo mezzo milione di persone. Sono decine di migliaia le persone cui l’ospedale salva la vita ogni anno, persone che altrove non avrebbero risposta, e questo ci incoraggia ad andare avanti. È anche un centro di sviluppo economico: è l’unica realtà aziendale che impiega 250 persone, tutte locali, quindi è un pilastro per il territorio, con un forte ruolo nella formazione qualificata in ambito sanitario. Stiamo finanziando la borsa di studio di un medico che sta per diventare pediatra in Uganda: tornerà a lavorare a Kalongo. È in linea con la visione comboniana far crescere professionalmente chi lavora con noi. Inoltre catalizziamo l’impegno di tanti professionisti italiani, sono medici con esperienza ma anche giovani. Abbiamo in corso collaborazioni con università italiane e stiamo cercando di svilupparle ancora di più per garantire l’invio continuativo di medici che fanno esperienza umana e professionale e supportino i medici locali».
Negli ultimi sei mesi l’ospedale ha vissuto un grande stress. «Un’emergenza legata alla malaria che è durata molto oltre i canonici mesi delle piogge. Abbiamo avuto un’impennata di ricoveri in pediatria, 200 al giorno in un reparto di 60 letti», dice Giovanna Ambrosoli.
Kalongo significa anche formazione. «La scuola di ostetricia che compie 60 anni è un’eccellenza formativa, con ricadute sociali importanti: dà alle donne la capacità di gestire le proprie risorse ed essere autonome. Si sta perseguendo l’obiettivo di avere una laurea in ostetricia».
Quali difficoltà trova la Fondazione in questo periodo? «La precarietà è al primo posto, dato che il contesto in cui lavora l’ospedale è isolato e c’è difficoltà a trovare personale competente. L’altro aspetto è finanziario: la raccolta fondi è fondamentale perché Kalongo senza i finanziamenti ottenuti a seguito della guerra civile è spesso in debito di ossigeno. Il fabbisogno corrente è di un milione e mezzo di euro. Nemmeno tanti se visti dall’Italia, una cifra enorme se vista dall’Africa».
E nel cuore c’è sempre la memoria di padre Ambrosoli, dichiarato “venerabile” dalla Chiesa e sulla via della beatificazione.
«Quest’anno è stata attestata dalla commissione medica istituita dalla Congregazione per le Cause dei Santi la guarigione miracolosa di una giovane ugandese, Lucia Lomokol, nel 2008» dice Giovanna. Stava per morire di setticemia ma il medico chiese di invocare il missionario comboniano che lasciò l’azienda familiare del miele e delle caramelle e sacrificò la vita per l’Africa e dal 1987 riposa nella terra di Kalongo. «Saremmo enormemente felici se diventasse beato – dice Giovanna – è un modello per chiunque voglia fare del bene. Ha coniugato la professionalità e il rigore con lo spirito di dedizione che ha dedicato agli ultimi, portando avanti un suo modello laico di impegno in cui tutti si possono riconoscere. E in più ci ha messo uno spirito di carità che derivava da un profonda fede».

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