Categories: Opinioni & Commenti

La classifica settimanale delle parole

di Marco Guggiari

Ogni settimana ha le sue parole-chiave e questa che si conclude ne ha alcune più ricorrenti di altre. La prima è numeri. Con 893 contagi, martedì scorso la provincia di Como ha superato quella di Milano, dietro soltanto a Varese. Proprio Como e Varese, in questo ritorno di pandemia, hanno avuto numeri anomali, molto alti. Tra le cause c’è probabilmente, come abbiamo già notato un mese fa, la vicinanza con il Canton Ticino. Paghiamo pregi e svantaggi del confine con la Svizzera. Lo spazio oltre frontiera è sempre stato per i comaschi uno straordinario ammortizzatore sociale nella crisi e, in generale, una grande occasione di lavoro e di reddito. Ora il contraccolpo, non soltanto dei contagi, è forte. A fine anno saranno 4mila i frontalieri che fanno la spola ogni giorno al di qua e al di là della Confederazione, improvvisamente senza lavoro a causa della pandemia. Numeri, ma soprattutto persone. Esattamente come  giovedì scorso, quando in Italia si è raggiunto il picco di 993 morti per Covid, un tragico record. Numeri, ma soprattutto persone.

Un’altra espressione tristemente trendy è terza ondata. È sulla bocca e nella penna di tanti, esperti, politici e poi di noi che ripetiamo, preoccupati e infastiditi da quella che ci sembra quasi una funesta profezia. Quanta ansia in più, come regalo di prospettiva. Non ne abbiamo bisogno, abbiamo già di che temere. Non convince questo mettere le mani avanti con un Paese già stremato. Ci si organizzi, piuttosto, per prevenire, per non ripetere errori già commessi.

Prendiamo la scuola, un’altra parola frequente in questi giorni. Rischiamo di far pagare un prezzo molto alto a una generazione di studenti. Nei licei sarebbe opportuno che l’annunciata riapertura di gennaio avvenisse per essere definitiva e non come l’ennesimo schiudi e richiudi. Sperare che sia così significa prima di tutto riorganizzare completamente il trasporto pubblico. Ci sono cinque settimane di tempo per farlo ed è decisivo perché riguarda ciò che avviene prima e dopo le lezioni. Il compito è stato dato ai prefetti. Conoscono il territorio e hanno i poteri, può essere una svolta positiva, a patto di agire poi in modo ben strutturato. Con incrementi delle corse e rigorosi controlli.

La quarta parola è soldi. C’è in ballo il piano dell’Italia per l’uso degli aiuti europei (209 miliardi), parte a fondo perduto, parte in prestiti. Da gennaio, com’era originariamente previsto, il piano slitterà a febbraio. Intanto altri Paesi hanno già fatto i compiti: Francia, Spagna e Portogallo. Noi per ora abbiamo solo dato un titolo a sei macro-progetti e immaginato una struttura piramidale con altrettanti manager e cinquanta esperti per ogni gruppo tematico. Domani ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario per uscire dalla genericità. Servono scelte pensate per il futuro dell’Italia, proposte specifiche, dettagli precisi.

Poi c’è la parola negazionismo. È incredibile quanto questa tenga banco. Li senti, li intercetti, anche tra amici e conoscenti, questi negazionisti. È un male sottile, quando non è atteggiamento apertamente sgangherato. Un sottintendere, un alludere a verità altra, a contagio minore. Quando poi gli tocca l’incontro diretto con il virus, ah sì, chissà perché l’approccio allora cambia.

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