«La collina del San Martino è una giungla». Casati (Spina Verde) sogna il futuro dell’area

Como, Area San Martino

Non di soli parcheggi vive il Comasco. Da sempre gli abitanti del capoluogo sognano infatti di potere avere spazi verdi a disposizione, di poter passeggiare e correre in prati sconfinati senza muoversi troppo da casa.
Ebbene, tutto ciò non rappresenterebbe un sogno ma una concretissima realtà, esistente per di più a soli pochi metri dal centro. Anche se a molti è poco noto, ciclicamente si torna infatti a discutere del futuro dell’immenso polmone verde che circonda gli edifici, in parte abbandonati e fatiscenti, dell’ex ospedale psichiatrico del San Martino. Una collina dove negli anni si sono insediati, una volta chiuso il manicomio, alcuni servizi di Asst Lariana e Ats, proprietari dell’area, e dove hanno sede associazioni di varia natura. Tutte attività che comunque rappresentano un vero granello di sabbia in un deserto verde, fatto di boschi, sentieri, piante esotiche e pozze effimere – ovvero delle zone umide dove proliferano piante, fiori e organismi particolari che tendono a prosciugarsi d’estate – che ormai il tempo sta sempre più fagocitando e rendendo inospitale perché non manutenuto. Ma che, da altrettanto tempo, a più riprese si cerca di restituire alla città. Ad oggi purtroppo tutto è fermo: oltre ai servizi citati e all’uso di parte dell’area come punto tamponi drive through durante l’emergenza pandemica.

Ma un fatto è certo: l’amministrazione capace di dare un futuro a questa prateria in larga parte incontaminata verrebbe ricordata a lungo, tanto quanto quella in grado di sistemare l’affaire Ticosa. Purtroppo però la dura realtà è ben altra cosa e anche l’ultimo tentativo di restituire alla città questo spazio si è infranto poco prima della pandemia. A fine 2018 e poi nel 2019 diversi soggetti – Parco Spina Verde, l’ex azienda ospedaliera Sant’anna, oggi Asst, l’Ats e l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste e il Comune di Como – si erano riuniti per condividere un piano di recupero e rilancio dell’area, dal nome #Ponteverde, che ambiva a intercettare fondi messi a disposizione dal bando Cariplo Capitale Naturale, che però «non siamo riusciti a ottenere – spiega il presidente del Parco Spina Verde, Giorgio Casati – Ma noi non demordiamo. Abbiamo infatti sempre il progetto pronto, la condivisione di Asst e Ats, da sempre collaborativi. Quindi siamo pronti a ripresentarci qualora ci fossero bandi ad hoc. Siamo inoltre vigili per cercare di ottenere, qualora ce ne fosse l’occasione, fondi regionali o europei dedicati. È un’area che deve essere restituita alla città, Una zona magica, con boschi, sentieri, dove sono cresciute e hanno proliferato piante esotiche. Un capitale naturalistico che va preservato, gestito e offerto alle persone».

Purtroppo però ad oggi l’incuria è presente in più parti. Alcuni punti del piano prevedevano di creare percorsi obbligati molto belli, sia sospesi su passerelle, sia a raso. Oltre alla possibilità di ammirare piante che sono dei «monumenti naturali, alte 30-40 metri. Si dovrebbe cominciare intanto con una bonifica della zona, un tracciamento di alcuni passaggi possibili e poi ovviamente andrebbe curato anche l’aspetto della sicurezza. Se infatti in accordo con i proprietari e con il Comune si studiasse l’opportunità di aprirlo in certe fasce orarie, ci vorrebbero delle persone addette alla sicurezza. Un primo intervento sarebbe realizzabile con 200mila euro di fondi e noi della Spina Verde ci metteremmo il nostro lavoro».

Anche il Comune fu parte del progetto. «Purtroppo siamo fermi ad allora. Altro non vedo di possibile all’orizzonte. Ma se il Parco Spina Verde dovesse riproporlo saremo al loro fianco come in passato. Capisco la volontà e il desiderio di potersi riappropriare dell’area ma ad oggi non ci sono, mi sembra, possibili sbocchi», ha spiegato l’assessore all’Ambiente di Palazzo Cernezzi, Marco Galli. Il futuro dunque rimane molto nebuloso. La speranza rimane sempre che qualcosa possa sedimentare al San Martino e non tramontare come ad esempio il sogno cullato per alcuni mesi di realizzare un campus universitario, poi svanito. «Oggi quella collina è una giungla – conclude Casati – Pensiamo a una riqualificazione del verde, senza però trasformarlo in un parco ma mantenendo le caratteristiche di bosco. Un primo punto di partenza su cui poi magari costruire». Nella speranza che anche il San Martino non rimanga un’eterna incompiuta come l’area della vecchia Ticosa.

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