La Corte sul delitto Mancuso: «Fu deciso per riaffermare la forza della ’ndrangheta»

Palazzo di giustizia

Il killer di Franco Mancuso agì «a colpo sicuro, sapendo esattamente dove si trovava la vittima». Il tutto grazie «ad un basista». E il movente è da ricercare nello sgarro che era stato fatto a Bartolomeo Iaconis, con cui Mancuso aveva litigato ben due volte e in pubblico. «La deliberazione di colpire il responsabile di tali oltraggi non aveva solo la finalità di placare il desiderio di vendetta, ma mirava altresì a riaffermare al cospetto della comunità la forza e la sopraffazione della ’ndrangheta (di cui Iaconis è considerato un esponente) e la capacità di reagire agli attacchi nei confronti dei suoi associati».
È uno dei passaggi delle motivazioni della Corte d’Assise di Como per la condanna all’ergastolo di Bartolomeo Iaconis (61 anni) e del presunto esecutore materiale, Luciano Rullo (53 anni). Il delitto avvenne al bar “Arcobaleno” di Bulgorello dove Mancuso stava giocando a carte. Era l’8 agosto del 2008. Insomma, per i giudici di primo grado, per il presunto mandante – ovvero Iaconis – «sarebbe stato difficile conservare prestigio e autorevolezza mantenendo un atteggiamento passivo rispetto ai gravi affronti subiti». Le indagini erano state aperte, archiviate infine riaperte nel 2015 grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Luciano Nocera, che raccontò ai pm della Dda come venne a sapere di mandante ed esecutore materiale del delitto. E nelle pagine delle motivazioni c’è un riferimento anche alla credibilità di Nocera, «apparso prima di tutto genuino». Il collaboratore disse che Rullo «non gli stava simpatico» e che «Iaconis lo aveva deluso». Secondo i giudici, «si tratta di considerazioni che Nocera ben avrebbe potuto tenere per sé, al fine di apparire disinteressato. Il fatto invece che le abbia rivelate» sarebbe «indice di credibilità».

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