La decisione del Tribunale: «Telefonate registrate? Nessun reato»

Palazzo di giustizia, tribunale di Como (via Cesare Battisti)

Aveva denunciato gli ex datori di lavoro perché, in una causa civile tra aziende, avevano prodotto trascrizioni e registrazioni di telefonate giunte sul centralino della Spa per cui lavorava in precedenza.
Ben quattro esposti alla Procura della Repubblica che nei giorni scorsi sono passati al vaglio (almeno i primi due) del giudice delle indagini preliminari di Como, Francesco Angiolini, che accogliendo la richiesta dei pm e dell’avvocato della difesa, Pier Paolo Livio, ha disposto l’archiviazione.
Secondo le motivazioni del gip, la ex dipendente – che lamentava la captazione fraudolenta delle proprie conversazioni – non poteva pretendere un precedente consenso alla captazione, anche perché il sistema di registrazione era stato installato tramite un apposito software in tempi non sospetti, per esigenze di lavoro, e riguardava il centralino dell’azienda. Si sarebbe insomma trattato di «conversazioni telefoniche già da tempo registrate per iniziativa di terze persone». Ed inoltre, come aveva sottolineato anche la Procura nella richiesta di archiviazione, «la riservatezza non può considerarsi lesa» di fronte all’esigenza «di far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria». La vicenda si inserisce in un quadro complicato di confronto acceso tra due aziende del territorio.
La stessa ex dipendente è infatti a processo, accusata dai vecchi datori di lavoro, per aver messo in atto azioni di concorrenza sleale in danno dell’azienda per cui aveva lavorato, una Spa di Tavernerio, società per azioni che opera nel settore ceramico e produce componenti per gioielli marchiati con loghi di fama mondiale. La dipendente era stata in passato direttore operativo e del controllo qualità, nonché responsabile commerciale e responsabile dei servizi informativi. Era poi finita a processo con l’accusa di appropriazione indebita e di danneggiamento informatico. Sul banco ci sarebbe circa un milione di euro, ovvero non meno di 50mila pezzi di gioielleria ma anche stampi e altre utilità che, secondo la Procura, sarebbero stati sottratti in «modo illegittimo e fraudolento» alla società per cui lavorava, e poi portati e impiegati nella successiva società dell’indagata che aveva una ragione sociale analoga ed era in concorrenza aperta con la danneggiata.

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