La didattica on line acuisce le disparità

La didattica on line acuisce le disparità

di Adria Bartolich

Il virus ha cambiato il nostro tempo interrompendo il flusso  nevrotico  delle vite in continuo movimento, senza spazio per il  vuoto o il silenzio. Ci costringe a riorganizzare l’esistenza, il lavoro, il tempo libero, fermandoci. Certo rimanendo  interconnessi, almeno la maggioranza di noi lo è, ma come se fossimo delle monadi.

È un fatto, però, che la stragrande maggioranza del lavoro moderno è invece  di relazione  e in relazione. Più che mai lo è nelle scuole, dove il rapporto docente-allievo è essenziale per  la trasmissione della conoscenza, per l’apprendimento  e per l’impronta educativa. Senza mitizzare e senza visioni romantiche. Vicinanza, contatto, rapporto possono benissimo  sopportare un’interruzione, anche se non breve, e rimanere comunque  positivi ed efficaci.

Le scuole hanno avviato forme più o meno sperimentali di didattica a distanza. I primi a farlo sono stati gli istituti tecnici e professionali, sono attrezzati e hanno personale  con formazioni  specifiche  per l’uso delle tecnologie e i ragazzi sono orientati a utilizzarle.

Ormai la generalità delle scuole ha predisposto piattaforme per  la didattica on line più o meno efficaci. Com’è ovvio l’obiettivo è quello di non fare perdere lezioni  e tenere i ragazzi impegnati comunque  sotto il profilo scolastico. La scuola continua nonostante il virus, e questo è  bene. È un segnale di attenzione  nei confronti delle famiglie e degli alunni.

L’applicazione  dello smart working non può essere, però, che difforme. Se nelle scuole superiori e nelle università il rapporto relazionale  perde via via di centralità e significato,  negli ordini di scuola che più si avvicinano all’età dell’infanzia, invece, continua a essere un elemento preponderante. Non solo. Sappiamo bene che la didattica on line con i bambini più piccoli presuppone la presenza di genitori con alfabetizzazione informatica e un Pc o un tablet a disposizione. In altre parole, alla relazione insegnante -alunno si sostituisce quella, a supporto, di un altro adulto.

Qui cominciano a sorgere i primi problemi. Se i genitori lavorano perché la chiusura non ha riguardato le loro aziende, sarà verosimilmente uno dei nonni, il quale non sempre è in grado di utilizzare un computer. L’ Italia – terzultima tra i Paesi analizzati – secondo i dati dell’Ocse ha solo  il 21% degli individui di età compresa tra 16 e 65 anni con  un buon livello di competenza informatica.  Sopra i 65  ancor meno. Spesso l’uso dell’informatica si limita al cellulare, ai social e a Internet.

Questo periodo di stand by  rischia di acuire le distanze tra i ragazzi che sono già supportati dall’ambiente sociale di provenienza e gli altri, quelli con più difficoltà e meno aiuti.