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La Festa del 2 giugno e gli effetti del virus sull’unità della Repubblica

di Agostino Clerici

Oggi è la festa della Repubblica. La si celebra il 2 giugno a partire dal 1947, un anno dopo il referendum con cui gli italiani si espressero a favore della Repubblica, come forma da dare allo Stato uscito dalla Seconda guerra mondiale e dalla Resistenza. Ricorrenza importante legata a una data significativa della nostra storia, eppure questo non ha impedito che tra il 1977 e il 2000 la festa del 2 giugno sia stata in un certo modo soppressa e spostata alla prima domenica di giugno, a causa della grave crisi economica che attanagliava il Paese. Fu poi il presidente Carlo Azeglio Ciampi a volere che il 2 giugno tornasse ad essere un giorno festivo nel calendario degli italiani.

Nel gruppo delle tre feste civiche (25 aprile, 1 maggio e 2 giugno) quella di oggi è sempre stata la meno sentita a livello popolare e le motivazioni possono essere più d’una.

Non escluderei un flusso di italiani che anche oggi sarebbe favorevole a una monarchia (secondo un sondaggio del 2018 si arriverebbe al 15%), anche se, posto che l’onda monarchica sia davvero così consistente, andrebbe comunque a infrangersi contro lo scoglio dell’articolo 139 della Costituzione che prevede che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale».

Non escluderei nemmeno che il disamore verso questa festa sia da ricercarsi nel ruolo defilato che la figura del presidente della Repubblica riveste sullo scacchiere politico italiano, il che lo rende talvolta, più che un arbitro, un equilibrista che deve camminare sul filo di un dibattito tra i partiti aspramente polarizzato.

Anche il tricolore – vessillo della Repubblica – torna ogni tanto alle finestre in qualche occasione patriottica, per lo più sportiva, e così è stato anche all’inizio della pandemia, quando era la paura a farla da padrona sulle nostre vite. Ma ci siamo presto stancati di esporre e sventolare bandiere, non appena ci si è accorti che il confinamento nelle case era una cosa seria, destinata a durare più a lungo del previsto.

Il tempo del coronavirus quest’anno si è praticamente mangiato la festa della Liberazione e quella del Lavoro, celebrate senza alcun raduno di massa o manifestazioni pubbliche. L’allentamento delle misure di confinamento lascia qualche libertà in più per la festa della Repubblica, che paradossalmente però viene a coincidere con l’ultimo giorno in cui sono vietati agli italiani i viaggi fuori regione senza autocertificazione. E non sappiamo ancora bene che cosa succederà a partire da domani, viste le puntualizzazioni di alcuni presidenti di regione (Campania, Sardegna e Sicilia) che hanno preannunciato verifiche e tracciamenti dei turisti italiani, soprattutto se provenienti da regioni a rischio, quali Lombardia e Piemonte. Se alcune precauzioni sono comprensibili in località dell’Italia che hanno avuto la fortuna di non essere visitate tragicamente dal Covid-19, non mi pare questo un bel modo di festeggiare l’unità della Repubblica!

Bisogna riconoscere che l’Italia è fatta, sì ma sulla carta, e che è sempre l’ora di fare gli italiani. Ha ragione Aldo Cazzullo quando scrive che l’Italia è «un sistema di bellezza e di valori più forte di qualsiasi epidemia», un’idea che esisteva anche prima della Repubblica. Ma il coronavirus ha inferto un duro colpo al popolo che deve incarnare questa idea e far vivere così la Repubblica.

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