La grande distanza tra parole e fatti

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di Marco Guggiari

La differenza, la distanza e la contraddizione tra le parole e i fatti fotografano questi giorni. La politica è la grande imputata e, in un certo qual senso, anche la grande assente. Tutti ad applaudire, dalla maggioranza e dall’opposizione, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il suo 2 Giugno: la visita a Codogno. Un gesto altamente simbolico, omaggio e memoria per le vittime di questi mesi e per l’opera di medici e infermieri.

Non si erano però ancora spenti i battimani che altri, nello stesso giorno, manifestavano la loro protesta a Roma in una sarabanda di selfie e mascherine calate da nasi e bocche, allegramente assembrandosi alla faccia del raduno “sicuro” che avevano promesso e garantito.

É l’insopportabile retorica delle chiacchiere e dei proclami slegati dai comportamenti. Una forma di schizofrenia politica.

Prima era stata la volta dei gilet arancioni guidati da un ex generale dei carabinieri passato in prestito alla piazza in stridente contrasto con lo stile dell’Arma e con la compostezza e la commozione di Codogno.

D’altro canto, avrà pensato qualcuno, se il virus è “clinicamente inesistente”, come pure è stato autorevolmente detto in modo un po’ incauto, allora liberi tutti.

Alla faccia di numeri che assegnano tuttora alla Lombardia il pesante primato dei tre quarti di nuovi contagi di tutta Italia. E con un bilancio comasco che segna comunque oltre 600 morti e quasi 4mila contagi accertati da inizio pandemia, solo per restare ai sottostimati dati ufficiali.

È inadeguato anche il linguaggio di alcuni politici di primo piano. Il nostro ministro degli Esteri ha parlato della Grecia, rea di impedire l’ingresso ai turisti italiani almeno fino al 15 giugno, con le parole che si usano durante una rissa al bar.

Come si fa a non provare nostalgia della diplomazia e della capacità politica di certi vecchi signori? Quelle sì incidono, anche se non lasciano spazio alle espressioni da bulli. Certo, è più facile fare giochini con la democrazia delle emozioni. Ma l’impressione è di fumo negli occhi.

Intanto si avvicinano gli esami di maturità e scarseggiano i presidenti di commissione, quest’anno unici membri esterni.  Nel Comasco ne mancano ancora 30, uno su tre del totale necessario. Altrove qualche preoccupazione c’è anche per i commissari, pur essendo tutti interni. Si teme una corsa al certificato medico. Sarà duro e scomodo dirlo, ma al netto di tanti comprensibili timori, per tutti noi è bello applaudire medici e infermieri, un po’ più difficile comportarci in modo coerente al loro esempio. Siamo sempre allo stesso punto: la dicotomia tra le parole e i fatti.

E, a proposito delle une e degli altri, al nostro Paese serve un’idea per ricominciare, un progetto per il futuro, un serio dibattito pubblico che stenta a essere innescato. Quale società del futuro? Quale lavoro? Abbiamo bisogno di politica autentica. Non di slogan, non di “stati generali” improvvisati in quattro e quattr’otto e di conseguente dubbia efficacia, non di pura ricerca del consenso. Non ci servono giochini di corto respiro e di propaganda. Sono indispensabili progetti importanti e praticabili, nella prospettiva di vere riforme. Se ne porranno le premesse almeno questa volta?

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