La Lombardia evita, per ora, la zona rossa. L’incidenza del Covid rallenta un po’ la sua crescita

Emergenza Covid, coronavirus a Como, volontari della Croce Rossa

Gli indicatori regionali e forse anche l’ordinanza firmata giovedì (e lunedì scorso per Como) dal presidente Attilio Fontana per l’arancione rafforzato hanno evitato un ulteriore declassamento della Lombardia a zona rossa, ovvero la chiusura di tutti i negozi e spostamenti solo per esigenze e con autocertificazione.
«La Lombardia secondo la valutazione settimanale della Cabina di Regia di Istituto Superiore di Sanità e Ministero della salute, dedicata al monitoraggio del rischio sanitario, ha parametri da zona arancione» ha spiegato ieri in una nota il presidente Fontana.
«Considerato l’aumento della trasmissione del virus, determinato dalla variante inglese, l’organismo ministeriale ha però raccomandato alle regioni dove l’incidenza settimanale superi la soglia di 250 casi per 100mila abitanti, come la nostra, di adottare il massimo livello di mitigazione».
Fontana ha ricordato di aver chiuso le scuole e messo anche altre restrizioni «come le visite a parenti amici e lo spostamento verso le seconde case e le situazioni che generano rischi di assembramento» aggiunge il presidente.
«Ho sempre detto che occorre trovare un equilibrio tra la sicurezza sanitaria e quella economica – ha aggiunto – L’ordinanza di ieri va in quella direzione, così come va nella direzione di anticipare e non rincorrere il virus. Mi auguro che queste restrizioni possano essere sufficienti per rallentare e frenare la corsa dei contagi, allontanando il rischio della zona rossa».
Fontana si è detto ancora «dispiaciuto per i disagi che i genitori hanno dovuto affrontare per la chiusura della scuola» e con la vicepresidente Moratti ha chiesto al governo di «sbloccare immediatamente i sostegni per le famiglie, come i bonus baby sitting e i congedi parentali».
Questa la parte politica, ma sono stati come detto i numeri a confermare l’arancione in Lombardia. Dei casi di ieri diamo conto nella pagina successiva, ma con gli esperti di dati abbiamo analizzato alcuni degli indicatori principali. Il famigerato indice Rt di contagiosità, ad esempio. Come è noto, quello di riferimento per il Cts del ministero della Salute è “vecchio” di due settimane e vede così la Lombardia a circa 0,84, ben sotto l’1 insomma. L’incidenza ogni 100mila abitanti, che deve essere sotto i 250 casi per riaprire le scuole, ieri era a 284 in Lombardia, 309 per Como, 18ª in Italia e seconda in regione dopo Brescia a 543.
La media giornaliera dei positivi negli ultimi sette giorni per Como è di 264, la variazione settimanale rispetto a quella precedente del 21,7%, ma si tratta della terza più bassa in Lombardia dopo Varese con 13,7% e Lecco con il 15,5%, la media regionale è di 32,3% ancora elevata.
«Il contagio nelle nostre province ha origini lontane – spiega il dottor Paolo Spada su “Pillole di ottimismo” – con un dato di incidenza gradualmente aumentata, prima nel focolaio di Brescia, quindi nelle altre province, in una progressione cominciata lentamente il 10 febbraio, poi più spedita dal 19 febbraio, divenuta costante il 26 febbraio e ora, da un paio di giorni, in flessione. L’incidenza sta aumentando, ma la velocità con la quale aumenta si sta riducendo. Più seria nei numeri e nella sostanza la situazione dell’Emilia-Romagna».
«I valori settimanali sono alti e in crescita – dice Samuele Astuti, consigliere regionale del Pd e ricercatore della Liuc di Castellanza – restano perciò necessarie le opportune azioni di contenimento». Ovvero tamponi, tracciamento e vaccini.
«La campagna di vaccinazione deve entrare al più presto nella fase pienamente operativa. È finito il periodo degli annunci, è arrivato il momento di iniziare seriamente a vaccinare» conclude Astuti.

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