La Lombardia, l’Expo 2015 e lo sbarco dei suini in Uganda

Palazzo di vetro
di Emanuele Caso

Alle 17,27 di giovedì scorso è arrivata in redazione una e-mail intitolata così: «Con Uganda sinergia modello Expo». A inviarla era l’agenzia stampa della Regione Lombardia. Normalmente l’avrei cestinata subito, ma il secondo titolo del messaggio era più invitante: «La suinicoltura regionale al servizio del continente nero».
A parte che dopo l’espressione “continente nero” mi è venuto spontaneo aggiungere il paraponzi-ponzi-pò che negli anni ‘60 accompagnava i passi dei Watussi
, la curiosità è cresciuta. Anche perché nell’approfondire i motivi del gemellaggio tra un gruppo di tecnici africani e alcuni agricoltori cremonesi, mi sono imbattuto nella spiegazione della fase 1 del progetto: «Trasferimento di know-how per lo sviluppo della filiera suinicola in Uganda».
E poi nell’introduzione della fase 2 dell’iniziativa: «Realizzare un laboratorio di fecondazione artificiale per suini nelle vicinanze di Kampala e un impianto pilota di macellazione di suini». Nobile il fine, ovviamente, visto che – in ossequio allo slogan di Expo 2015 “Nutrire il pianeta” – si tratta di una cooperazione internazionale con forte valenza sociale. Ma ammetto che, davanti a un’altra frase, di nuovo relativa alla fase 1 del progetto, mi sono irrigidito: «Fino alla fine di luglio, quattro tecnici africani frequenteranno le aziende del Cremonese per conoscere i segreti legati al mondo del maiale». Mi si è aperto un orizzonte: un mondo suino fatto di intrighi, congiure e giochi di potere e non solo di inconsapevoli prosciutti a zonzo. Il comunicato chiudeva con un “seguono foto”.
Tra macellazioni, inseminazioni e misteri suini, non ho avuto il coraggio di aprirle.

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