Categories: Opinioni & Commenti

La manodopera che manca e il valore del lavoro

di Giorgio Civati

Quei famosi lavori che gli italiani non vogliono più fare
esistono davvero? O, magari, è una specie di leggenda? E quella difficoltà nel
reperire manodopera dell’industria comasca – tessile e legno/arredo ma non solo
– è realtà? A questa domanda, che ciclicamente si ripropone con reazioni e
commenti anche opposti, c’è una risposta ufficiale e circostanziata, dati alla
mano, di Unioncamere che con il rapporto Excelsior conferma la situazione:
esistono effettivamente figure professionali difficili da reperire. La
sorpresa, però, è nei profili che scarseggiano.

Nella sua recente elaborazione della situazione
occupazionale e delle richieste delle aziende, Unioncamere ha infatti stilato
una classifica per certi versi inaspettata. La più alta difficoltà di reperimento
di personale per esempio è per gli insegnanti di arte e materie letterarie: il
65,6% delle ricerche ha evidenziato difficoltà nel trovare la persona giusta.
Tra agenti assicurativi, progettisti software, poligrafici, meccanici e molto
altro, la ricerca segnala categorie anche molto “locali”. Per esempio gli
operai addetti a macchinari tessili (difficoltà di reperimento a quota 49,8%),
a riprova che non sono fandonie le difficoltà del made in Como tessile nel
reperire nuove leve. Operai, val la pena di sottolinearlo. Ovviamente formati,
specializzati, ma alla base dell’intero processo produttivo.

La ricerca Excelsior Unioncamere punta con forza
l’attenzione proprio su questo aspetto: l’industria ha sempre grande bisogno di
manodopera specializzata, in generale difficile da trovare. Restando a Como e
al tessile, dunque, il Setificio è ottima cosa e tale resta. Ma “semplici”
corsi professionali come quello attuati per esempio da Enfapi nelle sue varie
sedi sono altrettanto importanti, e rappresentano una opportunità di lavoro
quasi sicura.

La sfida della formazione appare dunque duplice. Da una
parte l’alta formazione, magari i master, ma dall’altra parte restano possibili
percorsi diversi, più basici. E a questo punto entra in gioco un ragionamento
non solo economico, ma sociale, culturale. E sta tutto in questa domanda: un
operaio “vale” meno – non in termini di retribuzione – di altre figure? E,
ancora, un genitore deve spingere un figlio a studiare magari per ritrovarsi
troppo formato, sottopagato e con una mansione non consona al suo percorso di
studio? O, invece, puntare su una manualità in via di scomparsa, su una vita in
fabbrica anziché in ufficio ma ugualmente valida, positiva, soddisfacente?

Risposte non ce ne sono, o comunque non ne esiste una sola.
Quel che è certo è che il presente è confuso e il futuro lo sarà ancora di più.
L’automazione e le intelligenze artificiali cambieranno il modo di lavorare in
molti settori e per molte mansioni. Intanto, però, le aziende faticano a
trovare personale.

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