La mappa del Covid-19 in Ticino, epidemia più estesa nelle Valli rispetto alle zone industriali

Lugano piazza della Riforma con Municipio

Virus più diffuso nelle valli a Nord del cantone e meno nel Luganese, l’area con la maggiore concentrazione di residenti e di frontalieri. La mappa del Covid-19 in Ticino, realizzata e pubblicata ieri dalla Rsi sul suo sito Internet, riserva qualche sorpresa e si presta ad alcune considerazioni. Innanzitutto, leggendo i numeri si nota come ci siano zone percentualmente più colpite di altre, anche in modo inatteso. La Leventina, il Bellinzonese e il Moesano (la regione di lingua italiana dei Grigioni) superano tutte il 10 per mille di contagiati. Un dato sorprendente se si considera che si tratta delle aree più distanti dai centri direzionali e produttivi e anche delle aree meno popolate del cantone.
Al contrario, il Luganese, dove si concentrano le imprese e il flusso maggiore dei lavoratori provenienti dall’Italia, ha una percentuale di contagio inferiore al 4 per mille, simile a quella della Valle di Blenio.
Sfiora il 9 per mille dei contagi invece il Mendrisiotto, l’altra regione del Ticino in cui la concentrazione delle fabbriche e l’afflusso di frontalieri sono maggiori. La “mappa” della Rsi è stata disegnata sulla base dei dati forniti dall’Ente Ospedaliero Cantonale (Eoc) ed è relativa all’80% degli accertamenti diagnostici effettuati in tutto il territorio ticinese.
Intervistato dalla stessa Rsi, il capo area medica dell’Eoc, Paolo Ferrari, ha tentato di dare una prima spiegazione a queste cifre. «I dati sono molto rappresentativi – ha detto Ferrari – Quello che bisogna considerare è anche la frequenza dei tamponi fatti per distretto. La percentuale di tamponi sulla popolazione è stata più elevata nel Moesano, nel Bellinzonese, nella Leventina e nella Riviera, quindi abbiamo una prevalenza di pazienti testati nel Sopraceneri. Non possediamo invece i dati dei laboratori privati (che sono il 20%). Comunque il fatto che si hanno meno casi nel Luganese e nel Locarnese, potrebbe sollevare il sospetto che magari il Carnevale è stato un vettore di trasmissione di questo virus». Molte polemiche, in effetti, aveva suscitato la decisione del consiglio di Stato di autorizzare la sfilata conclusiva del Rabadan, martedì 25 febbraio, alla quale avevano preso parte migliaia di persone.
«I dati – ha spiegato ancora Ferrari – dicono inoltre che sugli oltre 7.800 tamponi fatti, il 28,5% era positivo. Leggermente di più le donne. Ma sono gli uomini a finire maggiormente in ospedale, circa il 59,2% dei ricoveri per Covid-19» nelle strutture dell’Eoc è infatti di pazienti maschi.
Altro numero interessante: l’età media dei positivi in Ticino è di 61 anni. «Una conferma che i giovani sono meno toccati dal virus», sempre secondo Ferrari.
Se letti con la prospettiva di chi guarda il cantone da oltreconfine, i dati pubblicati ieri dalla Rsi evidenziano un altro aspetto importante; un aspetto che smentisce le bislacche teorie di chi continua a sostenere che la chiusura delle frontiere avrebbe limitato in Ticino la diffusione del virus.
Non sono stati i frontalieri a portare l’epidemia dall’altra parte della frontiera. Diversamente, la zona di Lugano (nella foto) non avrebbe potuto avere un numero così basso (in percentuale) di contagiati. La realtà, su cui ormai la comunità scientifica ha pochi dubbi, è un’altra: il virus circolava in Europa già da metà dicembre. In Lombardia ha avuto un’espansione massiccia e violenta perché, purtroppo, veicolato in ambito ospedaliero.
A causare più problemi al Ticino è stato probabilmente il via libera al Carnevale e ad altre manifestazioni a fine febbraio. Oltre al ritardo con cui le autorità sanitarie hanno deciso di imporre le misure di restrizione. Non bisogna infatti dimenticare che in un primo momento anche il Ticino aveva aderito all’ipotesi, poi scartata ovunque, della cosiddetta “immunità di gregge”.

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