La pittura di Sergio Orlando in Valle Intelvi: fino al 30 luglio luci e colori del paesaggio lariano in scena a Lanzo

Sergio Orlando dipinto

Squadra che vince, come si suol dire, non cambia. I paesaggi del Comasco, le nature morte, la densità materica dei colori e delle luci.
Sergio Orlando, erede di una lunga tradizione – tra i progenitori materni c’è, infatti, la famiglia Carloni, famosi pittori e scultori intelvesi del ’600 lombardo – torna a esporre nella sua Valle Intelvi.
Lo ha anticipato a inizio mese la rivista “Arte” edita da Cairo. La mostra sarà aperta fino al 30 luglio a Lanzo nello studio d’arte del pittore in piazza Garibaldi 12.
Maestro nel raccontare luci e colori del paesaggio lariano, Orlando, comasco, classe 1939, raccoglie anche in occasione di questo evento espositivo la sua opera in un nuovo libro edito da Giorgio Mondadori, la collana del gruppo Cairo Communications consacrata alla bellezza.
Si intitola Silenzio di luce, contiene un contributo critico di Maria Volpe ed è disponibile in mostra. Orari mostra 10 – 12.30 e 16 – 19, info al numero 031.84.01.43 e via mail a info@prolocolanzoscaria.com.
Il volume alterna foto in bianco e nero e a colori di lavori pittorici di Orlando di varie epoche a poesie che il maestro ha composto alternando la scrittura all’esercizio pittorico. Come acutamente specifica il poeta milanese Maurizio Cucchi presentando il volume, questi versi sono coerenti rispetto al suo denso e meticoloso lavoro di pittore: «Ne costituiscono – scrive l’autore della raccolta di poesie Il disperso che da tempo collabora con l’editore Lietocolle di Faloppio – una sorta di continuazione, se possibile l’ampliamento attraverso un ben diverso mezzo, la parola».
La pittura di Orlando permette uno sguardo sereno e al tempo stesso profondo sulla realtà, e ciò vale soprattutto per la rappresentazione del mutevole paesaggio lariano e intelvese in particolare e per la documentazione di certi scorci di paese antico che la pittura rievoca e tramanda a futura memoria.
Non è da tutti saper trasferire sul piano iconografico la stessa precisa consonanza tra la voce del paesaggio e il sentimento di chi lo contempla. Sergio Orlando ci riesce nel segno di un’essenzialità sobria e ma urlata, sa interrogare il “genius loci” in un lembo di lago insubrico, in uno scorcio milanese o ligure, come detto in un paesaggio intelvese con rustici e cascine e anche in una natura morta.
Anzi, è un alchimista in grado di sondare «l’anima delle cose», ed è una qualità costante nel tempo perché quest’ultima definizione tra virgolette si deve a un grande scrittore del Novecento come Guido Piovene. «Mi piace il suo modo di vedere le cose e soprattutto il suo modo di esprimere e raccontare». Parola questa volta di Federico Fellini, di cui ricorre il centenario della nascita. Il grande regista fu uno degli estimatori del pittore accanto ad altre celebrità come i poeti Rafael Alberti e il milanese Giovanni Raboni, a giornalisti come Gaetano Afeltra, Ferruccio de Bortoli e a scrittori come Dino Buzzati. Tra i suoi amici e compagni di scena (ha recitato in teatro per alcuni anni) è stato il grande Gian Maria Volontè, uno dei maggiori attori del nostro cinema. Erede autentico per stirpe e vocazione dei Magistri Comacini, Sergio Orlando ha saputo nel corso degli anni coltivare con costanza e con pazienza un’arte che parte dal dato reale per immergersi nelle atmosfere del sogno e della memoria e che è stata definita “terapia dell’anima”. Come scrisse il poeta Giovanni Raboni nel 2004, «posare gli occhi su uno dei suoi quadri mette in pace con il mondo» e l’autore della celebre raccolta di poesie Le case della Vetra aveva senz’altro ragione, è una sensazione che può sottoscrivere anche l’osservatore più distratto. Le opere del comasco Orlando, ha scritto il critico Vittorio Sgarbi, «parlano di un mondo quotidiano e intimo, sono oggetti e vedute paesaggistiche in cui si ritrova la tradizione realistica della scuola pittorica lombarda».

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