La «polveriera» delle case di riposo. Almeno 150 i degenti positivi al virus

Ca' Prina di Erba

Che cosa sta succedendo nelle 55 case di riposo della provincia di Como? Qual è la reale situazione che si vive nelle strutture potenzialmente più a rischio, in questa fase della pandemia di Covid-19?
Numeri ufficiali, va detto subito, non ce ne sono. L’ufficio stampa dell’Ats Insubria rimanda per ogni comunicazione all’assessorato regionale al Welfare, dove fanno sapere che non è stato possibile – almeno per il momento – scorporare le cifre.

L’Ats Montagna, invece, invia ogni giorno un report con i numeri per Comune ma anche qui senza specifiche. L’unico metodo utile sarebbe forse chiamare ogni singola casa di riposo e chiedere a ciascun direttore sanitario i dati. Lo abbiamo fatto per alcune ma la risposta è stata sempre la stessa: non possiamo fornire alcuna informazione.
E allora, le fonti si diversificano. Tra la politica, il sindacato, le amministrazioni locali.

I numeri dei 5 Stelle
Ieri, all’interno di un lungo comunicato, il Movimento 5 Stelle ha fornito qualche cifra.
«L’emergenza sanitaria che si sta verificando nelle case di riposo della provincia di Como è grave e preoccupante, occorre subito intervenire per evitare ulteriori disastri – ha detto Raffaele Erba, consigliere regionale comasco del Movimento – Secondo i dati in nostro possesso, i contagi stanno continuando ad aumentare. Alla Rsa di Albese con Cassano ci sono 94 casi positivi, a Ca’ Prina di Erba 10 casi, alla Rsa Sacro Cuore di Dizzasco 20 positivi, alla Colleoni di Asso 11 positivi, a Rovellasca 7 positivi, a Bellagio 2 positivi e a Mariano Comense 1 positivo. Ma i dati – specifica Erba – sono in continua evoluzione e anche il numero dei decessi all’interno di queste strutture sta aumentando».

Le cifre del sindacato
Osservatori in qualche modo privilegiati della situazione all’interno delle case di riposo sono i sindacati, che attraverso i loro iscritti tentano – con non poche difficoltà – un monitoraggio.
Sin dal primo momento, le categorie del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto alle autorità sanitarie e alla Prefettura di controllare a tappeto gli operatori e gli ospiti delle case di riposo.
«A oggi questa cosa non è stata fatta – dice Vincenzo Falanga, segretario della Uil funzione pubblica di Como – e quindi nessuno conosce il reale stato di fatto. Tuttavia, secondo una nostra elaborazione, nelle province di Como e Lecco il 14% circa degli operatori sanitari delle Rsa è positivo al Covid-19».
Tra i lavoratori «c’è paura – dice Nunzio Praticò, segretario generale della funzione pubblica Cisl dei Laghi – nessuno si sente al sicuro anche perché i famosi Dpi, i dispositivi di protezione individuale, arrivano con il contagocce e non si sa nemmeno se siano certificati. Una cosa è certa: l’epidemia si sta diffondendo sempre di più dentro le case di riposo. Abbiamo notizie di tantissime positività presunte, ma non abbiamo riscontri certi perché non si fanno i tamponi».
Le situazioni più «drammatiche», conferma Praticò, sono «ad Albese con Cassano, a Erba e a Dizzasco. Se non si prendono subito provvedimenti drastici ci saranno conseguenze gravi, bisogna isolare e trasferire immediatamente i malati altrove».
Secondo Alessandra Ghirotti, segretaria della funzione pubblica Cgil di Como, «la situazione del personale è molto preoccupante, anche perché non c’è la necessaria tutela della Regione. Soltanto oggi (ieri, ndr) sono arrivate le mascherine, ma sono quelle chirurgiche, che proteggono sino a un certo punto».
Ghirotti fornisce qualche cifra sui contagiati tra il personale sanitario delle Rsa: «Abbiamo 3 operatori positivi ad Albese, altri alla Borletti di Arosio, alla Garibaldi Pogliani di Cantù e a Ca’ Prina di Erba, dove gli assistiti contagiati dal virus mi risulta siano 33. A Como non sono stati fatti tamponi al personale della Ca’ d’Industria, dove pure ci sono almeno 12 degenti positivi. Molti lavoratori hanno i sintomi della malattia e sono a casa, ma anche a loro non vengono fatti i tamponi. Siamo seduti su una polveriera – conclude la sindacalista della Cgil – pure perché manca del tutto il necessario coordinamento tra le varie strutture».

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