La Procura indaga sulle ultime ore di Mattia

Il rifugio "Barchi" in Valmalenco

Il campo delle ipotesi resta ancora tutto aperto. Al momento non ci sono persone indagate per la morte del giovane in Valmalenco

Nel giorno dei funerali, nel libro che racconta la tragica storia di Mattia Mingarelli molte pagine sono ancora da scrivere. Come, quando e perché il giovane rappresentante di commercio di Albavilla sia andato incontro alla morte in un burrone delle montagne della Valmalenco resta tuttora un mistero.

L’autopsia sul corpo del giovane ha dato alcune risposte ma non ancora le certezze invocate dalla famiglia e cercate dalla magistratura.
Si sa che Mattia è morto a causa di alcune fratture alla testa. E che queste fratture sono compatibili con una caduta. Ma il procuratore della Repubblica di Sondrio, Claudio Gittardi, non ha escluso che il giovane possa essere stato colpito da un corpo contundente a forma liscia, un bastone ad esempio.

Il campo delle ipotesi resta largo. E inesplorato. Molto di più si saprà quando i medici legali avranno concluso gli esami tossicologici e dei tessuti. In quel momento sarà possibile stabilire innanzitutto la data e l’ora della morte. E poi capire quali fossero le reali condizioni del 30enne al momento del decesso. Se è vero, come è stato detto, che il ragazzo si era sentito male e, soprattutto, perché.

L’altroieri i reparti investigativi speciali dei carabinieri sono tornati al rifugio “Barchi”, tuttora sotto sequestro, per ulteriori accertamenti. Segno che le indagini non sono finite. E che la pista dell’incidente non è l’unica in questo momento battuta dagli inquirenti valtellinesi.

È lo stesso procuratore Gittardi a spiegare al Corriere di Como i motivi di queste ulteriori iniziative.
«I Ris hanno completato gli accertamenti iniziati nelle scorse settimane. Sono stati sequestrati alcuni supporti informatici ed è stata portata a termine l’analisi del rifugio». Gittardi parla di «dati di completezza», ovvero del bisogno degli inquirenti di avere tutti gli elementi necessari per una valutazione definitiva. Il procuratore di Sondrio precisa che uno degli obiettivi di questa fase è ricostruire le ultime ore della vittima. «Il gestore del rifugio non è indagato – dice Gittardi – ma dovrebbe essere l’ultima persona ad aver visto vivo Mattia. È lui stesso a dire di avere avuto contatti con la vittima e anche per questo vogliamo verificare la veridicità delle sue affermazioni».

Di qui la decisione di sequestrare alcuni «supporti informatici» dall’analisi dei quali potranno probabilmente arrivare ulteriori dati utili all’indagine.

Ci vorrà invece tempo per sapere data e ora della morte di Mattia. «Le analisi in questo senso hanno bisogno di tempi lunghi – ha aggiunto ieri il procuratore Gittardi – l’autopsia dà sì alcune indicazioni ma non precise. Lo dico anche per esperienza: i tempi del decesso non si possono stabilire soltanto attraverso la temperatura del corpo. Senza contare il fatto che il cadavere era molto rigido essendo rimasto probabilmente a lungo esposto a temperature rigide».
Le indagini, quindi, non si fermano. In attesa di avere certezze dalle analisi scientifiche si vagliano ancora le testimonianze e si cercano riscontri. Il tutto con grande discrezione e senza clamore.

Una scelta condivisa dalla famiglia di Mattia Mingarelli, come confermato ieri dall’avvocato Stefania Amato, la legale bresciana che segue il caso per conto dei genitori e della sorella della vittima.

«L’indagine è tenuta blindata, la riservatezza è massima, anche nei nostri confronti – ha detto Amato – Credo che sia giusto così. I magistrati vanno avanti con il loro lavoro non escludendo alcuna ipotesi. Penso che sapremo qualcosa di nuovo e di più preciso all’esito di tutti gli accertamenti».
Nessuna dichiarazione invece da parte dei familiari. «Domani (oggi per chi legge, ndr) saranno celebrate le esequie, non c’è niente da dire».

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