La rivoluzione delle parole non turba i medici comaschi

altSanità e società
Si dicono d’accordo con il nuovo Codice deontologico: assistito è meglio di paziente

Dal prossimo autunno non ci saranno più “pazienti” ma soltanto “persone assistite”. A dirlo è il nuovo Codice deontologico dei medici, presentato in questi giorni, ancora sotto forma di bozza, dalla federazione nazionale degli ordini dei camici bianchi. Il testo del Codice sarà vagliato dai singoli ordini che potranno avanzare osservazioni. A settembre verrà rivisto e con tutta probabilità sarà approvato entro la fine del 2013.
Sottoposto a una “ristrutturazione semantica”, il Codice – le cui ultime

modifiche risalgono al 2006 – stabilisce di chiamare persona assistita e non più paziente (cioè persona che patisce) chiunque si rivolga a un medico per un problema sanitario.
Alla base della scelta di modificare i termini con i quali i dottori dovranno riferirsi alle persone in cura, dice il presidente del collegio dei primari del Sant’Anna di Como, Domenico Santoro, c’è la volontà di «definire formalmente un rapporto che nella prassi esiste già. È importante – dice Santoro – che esista una collaborazione tra medico e assistito. Un rapporto, cioè, di fiducia e di rispetto che consenta al medico di offrire la propria assistenza alla persona che ha in cura».
Con la definizione di persona assistita si vuole cancellare quella «visione paternalistica della medicina secondo cui la persona svolge un ruolo passivo e si affida in toto al suo medico», aggiunge Santoro. Il medico dovrà quindi accompagnare il suo assistito nel percorso sanitario, rendendolo partecipe delle scelte da fare in merito alla terapia da seguire e chiedendo l’autorizzazione a procedere, come nel caso di interventi specialistici. «Sarebbe ancora meglio – aggiunge Santoro – chiamare i propri pazienti con nome e cognome, così da evitare qualsiasi scambio di identità o confusione».
E per ciò che riguarda gli effetti diretti nella pratica medica, l’abitudine di chiamare o scrivere nelle diagnosi e nelle cartelle cliniche la parola paziente è soltanto «un fatto culturale che con il tempo si modificherà», conclude Santoro. È dello stesso parere il presidente dell’Ordine dei medici comaschi, Gianluigi Spata, componente della commissione che ha revisionato il Codice deontologico. Spata, che è medico di base, ha in cura 1.500 persone che da sempre definisce «assistiti» perché «non tutti sono ammalati». Ciò che viene radicalmente modificato non è il termine specifico – ricorda il professionista lariano – ma il ruolo del medico, che deve condividere con la persona il percorso terapeutico e diagnostico affinché questi sia libero di scegliere, con l’assistenza del professionista, quale terapia seguire e sia cosciente del suo ruolo, tutt’altro che passivo e non più succube delle scelte del proprio dottore». A non piacere al presidente dell’Ordine sono piuttosto i termini (che definisce «un’aberrazione») utilizzati spesso in corsia. Vale a dire “utente” o “cliente” .
Un altro medico di base della città, Ezio Grandi, afferma di nominare i suoi pazienti «per nome e cognome, preferendo il termine assistito».
La questione, per il dottore comasco, non riguarda l’etichetta che si vuole applicare alla persona ma il rapporto tra il professionista e il soggetto in cura. «Se il rapporto interpersonale tra i due è buono – afferma infatti Grandi – non conta come si viene chiamati». Il paziente è semplicemente il singolo assistito, che nel momento del bisogno, bussa alla porta del medico curante, conclude Grandi, e con la nuova definizione il paziente «sarà ancora più assistito di prima».

Giorgia Amarotti

Nella foto:
Domenico Santoro

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