Categories: Opinioni & Commenti

La sindrome da ultimo aperitivo

di Agostino Clerici

Ogni settimana che passa sembra più difficile fare un colpo di testa. Si direbbe che le geometrie del gioco tendono a sfondare al centro: palloni dalle fasce per fare l’inzuccata vincente ne arrivano sempre di meno. Le partite si assomigliano e i temi sono sempre gli stessi. In gergo calcistico si direbbe che il gioco è divenuto maledettamente prevedibile.Vedi, ad esempio, la mappa colorata delle Regioni. Ogni volta che un territorio diventa giallo è solo in attesa – al massimo entro due settimane – di ritornare arancione o diventare addirittura rosso. Certamente il passaggio non avviene a casaccio: c’è tutto un ragionamento, c’è un algoritmo, c’è un indice che viene calcolato settimana dopo settimana. Ma il risultato è quello.

Verrebbe da pensare che la logica che soggiace è una sola. In zona gialla si favorisce in qualche modo l’apertura parziale di alcune attività commerciali che altrimenti sarebbero soffocate dal lockdown totale. Si tratta di due o tre settimane di respiro che però fatalmente portano ad un nuovo innalzamento del contagio, con il rischio che tornino a riempirsi gli ospedali e le terapie intensive. Ecco che si torna in zona arancione. Grazie al rispetto di alcune restrizioni dopo due settimane si è pronti a ritornare in zona gialla con una nuova boccata d’ossigeno. E così via.

Credo che attualmente non vi sia alternativa a questo gioco a zona che permette almeno di pareggiare la partita tra la squadra della salute e la squadra dell’economia. Sul limitare del cambiamento di colore ci sono ogni volta quegli episodi che definirei di… prurito della libertà. Le persone intervistate sono preda di un irrefrenabile attacco da «cogli l’attimo adesso». Una strana sindrome da ultima cena o ultimo aperitivo o ultimo incontro. Insomma, bisogna sfruttare le ultime ore in cui è permesso fare qualcosa che poi non si potrà più fare per un po’ di tempo. Tutto umanamente comprensibile, sia chiaro, ma davvero è l’unica strada percorribile?

Alcune scene che la televisione ci mostra in quelle località per cui è già stato annunciato il passaggio dalla zona gialla alla zona arancione – sabato e domenica scorsa ad esempio – sono francamente poco edificanti.E non mi riferisco tanto a quegli assembramenti sconsiderati che ovviamente meriterebbero una punizione esemplare. Quanto a quegli affollamenti naturali che pure sono entro il rispetto delle regole e che diventano pericolosi solo come somma di legittimi bisogni individuali. Eppure, sembra di rivedere Penelope nell’atto di disfare nella notte quella tela pazientemente tessuta durante il giorno.

Sono io il primo a riconoscere che il mio ragionamento è quasi eroico e non è comprensibile e praticabile per la maggioranza degli italiani. In fondo quante cose apparentemente imperfette e forse anche futili ci regalano quel briciolo di felicità di cui abbiamo tanto bisogno per accettare la fatica del vivere?

La pandemia ci ha messi a nudo a noi stessi. Ci ha semplificati. Un po’ ci ha chiusi dentro il nostro guscio, ma ci ha fatto anche comprendere l’importanza della relazione. Tornando alla nostra metafora calcistica, lo stadio è vuoto: manca il pubblico, è vero, ma questa assenza ha trasformato le nostre voci nell’unica vera colonna sonora della partita della vita.

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