La storia del comasco che ha cambiato la sicurezza Usa

altL’intervista. Andrea Orioli racconta: «Abbiamo iniziato con le telecamere attorno a Palazzo Cernezzi, adesso gestiamo gli impianti di Washington»
L’inarrestabile crescita di una start-up lariana che in 10 anni ha conquistato contratti in tutto il mondo
Il primo passo è stato un sistema di sicurezza impiantato una decina d’anni fa attorno a Palazzo Cernezzi. Una commessa che ha permesso ad alcuni giovani comaschi di avviare un’impresa diventata oggi azienda leader nel settore, con sede negli Usa e capace di esportare in 30 Paesi in tutto il mondo.
Andrea Orioli, ingegnere comasco, è uno dei fondatori di Fluidmesh Networks e racconta oggi la sua esperienza riflettendo sul rapporto sempre più difficile tra un’Italia in crisi e la ricerca

dell’innovazione tecnologica.
Con il gruppo di giovani italiani “emigrati” in America ha contratti a Boston e Washington, non periferie o paesini dello sterminato territorio a stelle e strisce. Non sono però teste d’uovo in fuga.
I cervelli rimangono solidi in Europa. «Vi abbiamo mantenuto il settore ricerca e sviluppo delle nostre aziende – dice Orioli – mentre per la parte commerciale e la distribuzione le potenzialità di una piattaforma americana sono indispensabili per aprirsi al mercato globale di oggi. Adesso abbiamo contratti di distribuzione con diverse aziende in Europa, Canada, America Latina, Dubai ed Emirati, oltre che in Australia e Asia. In tutto, una trentina di Paesi in cui siamo presenti con i nostri distributori o agenti. L’interesse per il controllo del territorio e la consapevolezza in tempo reale di ciò che accade è in costante aumento nei progetti di ambito urbano».
E, come detto, tutto è nato da un contratto con il Comune di Como. Con la tecnologia Fluidmesh sono stati installati i primi tratti della vigilanza elettronica che tutela il Comune di Como (da non confondere però con il vigile della Ztl).
Ma quali sono i segreti di questi giovani italiani?
«La nostra tecnologia – dice Orioli – consente di aggirare ostacoli e abbattere costi, collegando con la rete wireless più punti di vigilanza. La tecnologia è molto utile per integrare vari sistemi di sicurezza che hanno giurisdizione sullo stesso territorio e riuscire a migliorarne l’efficacia – aggiunge – Invece di mettere una nuova telecamere si integra condividendola con la rete che c’è, ad esempio. L’esigenza di monitorare sistemi remoti e differenti è la naturale applicazione della nostra tecnologia. A Washington 300 telecamere fanno parte del nostro sistema: sono gestite dalla polizia e la rete può accedere ai segnali di altre mille telecamere in partnership con privati. Se tutti partecipano al programma il sistema ne giova e la sicurezza di un’area aumenta». Sogni per il futuro? Quotarsi in borsa?
«Trovare un partner strategico tra i grandi nomi della tecnologia -. Dice Orioli – per ampliare la scala dell’azienda. Abbiamo 6 brevetti internazionali da mettere sul piatto». Ma cosa pensa questo 34enne comasco della scuola italiana? «I nostri politecnici sono ottimi, la nostra università non ha nulla da invidiare a quella Usa. Usciamo preparatissimi». Altro è il discorso per un’azienda. «Se nasce in Italia rischia di rimanere in Italia. L’investimento negli Usa permette di accedere a un mercato di enormi dimensioni dove le regole del gioco sono definite in tutta la nazione in modo più omogeneo che in Italia o in Europa. Qui negli Stati Uniti c’è un mercato delle start up molto più maturo che permette di accedere a fondi di investimento più sicuri dato che sulla tecnologia negli Usa c’è più propensione al capitale di rischio».

L.M.

Nella foto:
Le telecamere nelle città sono parte di possibili innovazioni nel campo della sicurezza

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