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La superstizione di Pompei e l’impronta del dolore

di Agostino Clerici

In un mondo ipertecnologico come il nostro, sembrerebbe non esserci spazio per nozioni come “fortuna” o “iella” che sfuggono ad ogni verifica sperimentale o ad un serio controllo scientifico. Non per nulla nella mitologia dell’antica Roma la dea Fortuna era detta anche dea del Caso (la famosa Tyche dell’Olimpo greco), e anche “caso”, “sorte”, “destino” sono parole sospette alla mentalità dell’uomo moderno che si è liberato delle favole degli antichi. Eppure cornetti e porta-fortuna vari imperversano ancora nel folto sottobosco dell’umanità ordinaria, quella che una sua mitologia la conserva, in barba alla scienza.

Un detto popolare recita che «la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede bene». Questo tentativo addirittura di personificare l’imponderabile è l’occasione per un ragionamento non detto ma più diffuso di quel che si pensa e che suona così: «sia chiaro che alla iella non ci credo, ma, se fosse vero, meglio premunirsi!». In fondo, la saggezza popolare cerca di dare una sistemazione a quell’ampia terra di mezzo che la vita quotidianamente deve attraversare senza avere risposte razionalmente soddisfacenti. Quella terra di mezzo che per tanti anni deve aver abitato la protagonista di una curiosa vicenda che è venuta alla luce solo pochi giorni fa in quel di Pompei.

Nicole, canadese che ora ha 36 anni, nel 2005, durante una visita agli scavi, rubò alcuni reperti come souvenir da portarsi a casa. Ora li ha messi in un pacco e li ha restituiti, accompagnandoli con una lettera in cui dice che non vuole più che continuino a portare sfortuna a lei e alla sua famiglia. «Ho avuto il cancro al seno due volte – scrive Nicole – l’ultima volta finito in una doppia mastectomia. Io e la mia famiglia abbiamo anche avuto problemi finanziari. Siamo brave persone e non voglio passare questa maledizione ai miei bambini». Si legge tra le righe una grande sofferenza. E se non soccorre una qualche fede, è facile imboccare la via della superstizione consolatoria che ti spinge a legare il tragico evolvere della vita a una cosa, ad un fatto, ad un errore.

Nicole si è convinta che quel furto avvenuto quindici anni prima le abbia rovesciato addosso sfortuna. Ora, se i furti portassero veramente iella, già da tempo non esisterebbero più i ladri, invece la proverbiale cecità della fortuna spesso favorisce anche loro, perché «come una ruota la Fortuna gira in tondo», scriveva Sofocle. Ma nella lettera di Nicole c’è qualcos’altro di molto importante. Ella non si è limitata ad attribuire la sua malattia alla sfortuna dovuta ad un furto maldestro – «ero giovane e stupida» – ma ha cercato di trovare una improbabile linea di continuità nella sofferenza: «Persone sono morte in un modo così orribile e io ho preso tasselli legati a quella terra di distruzione».

Si direbbe che quelle pietre sono apparse a Nicole in una luce nuova. Non più come semplici reperti archeologici, ma quasi come “reliquie” che in un certo modo continuano a portare dentro di sé la storia di una tragedia collettiva. La storia della iella, allora, assurge a rivestimento superstizioso della consapevolezza di aver calpestato con il proprio egoismo l’impronta di tanto dolore.

Il male che facciamo lascia sempre una scia di sofferenza e magari non ce ne accorgiamo subito. E non sempre si può riparare, rispedendo al mittente un pacco pieno di reperti.

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