Lago basso, maneggiare con cura

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di Giorgio Civati

Bellezza ambientale e naturalistica, sfondo di foto e cartoline, via di comunicazione, riserva idrica per tutta la pianura padana, attrazione turistica, un marchio, un brand come si usa dire: il Lago di Como è tutto questo e molto altro, talmente tanto “altro” da farne perdere di vista i contorni e l’importanza.

Di certo le sue acque non sono una “merce” come invece a volte sembra succedere. I dati di questi ultimi giorni, per esempio, segnalano livelli estremamente ballerini, con  cali di oltre 8 centimetri in un giorno e mezzo e una settimana di continuo, progressivo impoverimento del bacino lacustre. Qualche settimana fa, per esempio, le barche del Tasell sul lungolago di Como spuntavano con la prua sul marciapiede tanto era alto il livello del lago e quindi degli ormeggi, in questi giorni sono invece scese e arretrate notevolmente.

Non è questione da poco: i muri delle rive di tutto il Lario, da Como a Dongo e a Lecco, sono tenuti saldi dalla spinta dell’acqua che, quando scende, rende pericolanti interi pezzi e case e paesi rivieraschi. D’altra parte l’acqua del lago serve a irrigare le coltivazioni giù, in pianura, e anche a produrre energia elettrica, e sono attività fondamentali.

Eppure questo lago “ballerino” ci pare troppo sfruttato, o comunque sfruttato male, usato come “merce” appunto, e per di più con scarsa attenzione al valore, al contesto.

Una Autorità di Bacino, un Consorzio dell’Adda e molteplici esigenze tra agricoltura, turismo e ambiente sono i protagonisti della faccenda. Ognuno avrà le sue buone ragioni per chiedere il lago alto, basso, metà e metà. Resta lo sgomento per il protagonista principale, il lago appunto, quasi dimenticato: è vero che ormai l’uomo interviene su tutto e gestisce tutto – quasi tutto… – anche per quanto riguarda eventi atmosferici e naturali, ma in una realtà come quella lariana troppi decenni di delirio di onnipotenza ci hanno portato a dimenticare pochi aspetti basilari.

Per esempio che il lago è in qualche modo vivo, e che potremo tentare di gestirlo, imbrigliarlo, regolarlo ma alla fine un guizzo – temporale o siccità che siano – ci ributterà in faccia la supremazia della natura. Nel giugno dello scorso anno, per esempio, una improvvisa acqua alta portò il lago in piazza Cavour; quasi dodici mesi dopo, siamo all’opposto. Segno che ogni azione e ogni intervento vanno realizzati con cautela. E che gli interventi umani – siano attuati sotto il cappello dell’Autorità di Bacino, del Consorzio del fiume Adda o chissà cosa ancora – rischiano di fare danni. Alla navigazione, alle rive, all’ambiente, insomma a tutto il territorio lariano.

A Olginate, dove ci sono le chiuse che regolano il deflusso delle acque del lago di Como verso la pianura, a volte pare che qualcuno stia maneggiando un rubinetto: apri-chiudi-apri. “Maneggiare con cura” dovrebbe invece essere lo slogan che sta alla base di ogni operazione che riguardi il lago.

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