Lago minacciato, nel 1910 c’era già chi protestava

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Un precursore dell’ambientalismo

«Tutte le città d’Europa possiedono viali ombreggiati, parchi, guardie zoologiche, orti botanici ecc. Ad Amburgo le ombrose passeggiate lungo i laghetti formati dall’estuario del fiume Elba, a Copenhaghen il giardino di Rosenborg, a Christiania l’Holmenkolmen, lo Skansen ed il Diurgarden a Stoccolma, senza contare le vastissime aree ombreggiate di Parigi, Berlino, Vienna. [?] Da noi si taglia, si abbatte senza discernimento, basta bandire una esposizione, una mostra qualsiasi perché si proceda

sistematicamente al saccheggio dei giardini, dei parchi: non si tiene più conto delle esigenze della popolazione, persino i privati tagliano ove vogliono per i loro motivi personali le piante pubbliche».
Sembrerebbe il lamento per lo sfruttamento, anzi la distruzione, dell’ambiente di Como e del Lario a cui stiamo assistendo oggi. In realtà, queste parole sono state scritte oltre un secolo fa, nel 1910. A scriverle è stato Alberto Ricordi, nel suo La fine della pesca nel Lago di Como, di cui ha realizzato una ristampa anastatica Alessandro Dominioni Editore, con la partecipazione dell’amministrazione provinciale. Un libro che, partendo dall’analisi dei sistemi di pesca in voga in quegli anni – e che Ricordi considerava assolutamente nefasti per la salute del lago come ecosistema, come espresso fin dal titolo del volume – si allarga a prendere in considerazione lo stato del nostro territorio nel suo complesso.
Ricordi è personaggio alquanto misterioso: di lui non si sa assolutamente nulla. Non risultano altri scritti, altre opere, nessuna traccia che possa indirizzare verso una sua biografia, come uomo e come autore. Rimane, però, questo libro a inserirlo di prepotenza tra i precursori dell’ambientalismo: le pagine de La fine della pesca nel Lago di Como sono un vero e proprio inno alla necessità di una gestione attenta ed oculata dell’ambiente, con oltre settanta anni di anticipo sulla stessa definizione del concetto di sviluppo sostenibile.
Amava Como e il Lario, questa è l’unica sicurezza. Un amore che l’ha spinto a bacchettare senza pietà amministrazioni locali, autorità governative, imprenditori ma anche semplici cittadini.
Riporta, il Ricordi, decreti prefettizi a cavallo tra Ottocento e Novecento, riguardo l’uso di reti a strascico per la pesca sul lago, quali linaio o buttera – quest’ultima non a caso chiamata nettafund, per i suoi effetti disastrosi sul fondo del lago – che esprimono l’atteggiamento ondivago dei rappresentanti governativi, soggetti alle forti pressioni delle lobby (così si chiamerebbero oggi) di imprenditori e associazioni locali e delle amministrazioni comunali da loro controllate. Come il prefetto Piras Lecca, che nello spazio di soli nove mesi – dal settembre 1897 al giugno 1898 – passa dalla conferma della proibizione all’uso delle reti a strascico all’emanazione di un decreto che concede «in via provvisoria e sottoposto a condizioni l’uso sul Lago di Como delle reti».
La cattura indiscriminata di pesci di varie specie e dimensioni, anche durante i periodi di riproduzione – con effetti devastanti sulla popolazione ittica – la falsificazione di certificati e documenti sulla provenienza del pesce e sulle dimensioni delle maglie delle reti utilizzate sono solo alcuni dei comportamenti che il Ricordi stigmatizza e che sembrano essere del tutto condivisi dalla popolazione e tollerati, quando non spinti, dalle autorità.

Franco Cavalleri

Nella foto:
Sotto, al centro dell’articolo, la copertina della ristampa del volume di Ricordi curata da Dominioni con il contributo dell’amministrazione provinciale

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