Lariani all’estero, niente panico nella Germania che riparte

La piazza di Schwäbisch Gmünd, cittadina dove vive l’ingegner Scordia e dove ebbe origine la dinastia degli Hohenstaufen

l racconto dell’ingegnere informatico Andrea Scordia

La Germania ha retto l’urto con il Covid-19 e sembra essere il Paese europeo con una marcia in più nella fase due. Lo conferma Andrea Scordia, originario di Olgiate Comasco, che vive e lavora da diversi anni tra Austria e Germania. Laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, lavora da sempre nel campo della manifattura e da circa dodici anni è IT manager in multinazionali legate al mondo della produzione automobilistica. Una di queste si trova nella Svevia a Schwäbisch Gmünd, cittadina nota per la rocca ai piedi del colle Hohen Staufer fatta costruire da quel Federico I di Svevia che sul Lario ben si conosce con il nome di Barbarossa.
Il lavoro di Andrea Scordia consiste nel supportare i processi aziendali utilizzando le attuali tecnologie informatiche e della sicurezza delle informazioni, un settore che con il lockdown ha subito una ridefinizione.
Come ha vissuto e vive i giorni della pandemia?
«Il lavoro nel settore automotive è calato enormemente anche se la produzione non si è mai fermata. Ci sono state ripercussioni a causa del famoso caso di Ischgl, la stazione sciistica del Tirolo dove si è generato un focolaio dalle conseguenze pesanti… il confine con la Germania è stato chiuso e da quel momento non mi sono più potuto muovere. In questo momento mi trovo nella casa della tranquilla Schwäbisch Gmünd in Germania, sono chiusi i negozi, c’è pochissima gente in giro, c’è l’obbligo della mascherina e del metro e mezzo di distanza, ma non c’è mai stato il panico, l’unico fenomeno fuori dalla norma si è visto al principio dell’epidemia con un’assurda corsa all’accaparramento di certi prodotti come la carta igienica e il pan carrè. Potendo andare al lavoro in bici e girare a piedi non ho sofferto lo stare in casa».
Il conteggio dei morti in Germania ha destato qualche perplessità…
«Qui pensano che in Italia siamo dei pasticcioni e che loro se la sono cavata. I tedeschi dicono “noi li abbiamo contati tutti quanti, gli italiani hanno fatto confusione”, ma non essendoci una metodologia di calcolo condivisa è difficile capire come stanno le cose. Io personalmente ho trovato la comunicazione dei dati deficitaria, le statistiche assolute senza parametri di riferimento non hanno senso. Certo è che in Germania ci sono più terapie intensive e le mascherine le trovi nei cestoni del supermercato a 50 centesimi l’una».
Ripercussioni sul lavoro?
«Il settore automobilistico sta utilizzando la cassa integrazione, ma la produzione sta riprendendo velocemente poiché le grosse case come Porsche e Mercedes hanno ricominciato. Certo, non c’è “un’esplosione”, ma non è cambiato molto nel mio settore se non per il fatto che si lavora più da casa. Io preferisco la definizione “home office” a “smart working”, semplicemente perché si lavora sul proprio pc come in azienda; la tecnologia è disponibile, è una decisione di organizzazione del lavoro, quello che si è fatto prima per 10 persone lo può fare per 500. Questo però richiede di rivedere il modo di lavorare, innanzitutto è necessario dotare le persone dei dispositivi adatti, un conto è lavorare sul proprio pc da casa un’ora al giorno, un altro è fare chat, videoconferenze, scaricare file. È necessario un Vpn (Virtual Private Network) dimensionato in modo diverso, certe applicazioni che si usano nella rete locale una volta portate fuori non funzionano, ed è utile anche che chi lavora da casa abbia la possibilità di avere notebook, cuffiette audio di buona qualità, laptop in grado di supportare il lavoro. Sembrano banalità ma non lo sono affatto. Mi chiedo spesso cosa sarebbe accaduto se questa pandemia fosse scoppiata solo dieci anni fa… La digitalizzazione e la dematerializzazione del lavoro hanno ha raggiunto livelli impensabili e hanno contato moltissimo nella gestione della crisi. E in futuro conteranno ancora di più».

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