L’arte di Raffaello protagonista domani al Carducci

L'ingresso dell'associazione Carducci a Como

Martedì 20 ottobre alle ore 18 presso il Salone Musa della Associazione Carducci di viale Cavallotti 7 a Como si inaugura un piccolo ciclo di tre conferenze, cui seguiranno altrettante gite, in onore del celebre pittore Urbinate, cui cade, in questo travagliato 2020, il V centenario della morte.

Ad aprire martedì il ciclo sarà il comasco Bruno Fasola, classe 1953, docente di storia dell’arte per molti anni, autore di numerose pubblicazioni, collaboratore di riviste storiche (Periodico Società Storica Comense) e artistiche (Grafica d’Arte di Milano) e curatore (con un lavoro che lo ha occupato per decenni) del volume di Iconografia riguardante le collezioni del celebre Museo comasco di Paolo Giovio (Como, 1483 o 1486- Firenze 1552) di prossima pubblicazione presso il Poligrafico dello Stato, lavoro che porta il  Fasola ad avere frequenti contatti coi dirigenti storici degli Uffizi di Firenze, oltre che con i Musei comaschi.

Bruno Fasola illustrerà in due parti (martedì 20 ottobre e martedì 27 ottobre) il tema: “Raffaello e la sua cerchia: la radice delle decorazioni dei palazzi e delle ville rinascimentali”, mentre un altro storico dell’arte, molto conosciuto in città, Alberto Rovi, terrà, il prossimo 19 novembre, alla medesima ora, una conferenza a titolo: “Tradizione e originalità di Raffaello nell’iconografia religiosa e profana”.

Come si può notare il contributo di Fasola è incentrato su un tema di un riscontro concreto, anche qui nel nord dell’Italia, dove Raffello non mise mai piede ma, dove, si diffuse egualmente la sua “maniera” attraverso l’opera di seguaci già coinvolti direttamente a collaborare nella sua eccellente bottega.

A 30 anni Raffaello era titolare della più attivo atelier di pittura di Roma con una schiera di aiuti che, inizialmente, si dedicavano a lavori preparatori e di rifinitura. Con il passare del tempo la quasi totalità dei lavori di Raffaello vide un contributo sempre maggiore da parte degli aiuti che contribuì a formare una intera generazione di artisti: allievi fedeli furono Tommaso Vincidor, Vincenzo Tamagni, Guillaume de Mercillat, Giulio Romano (il più celebre che dopo la morte del maestro si trasferì a Mantova), Perin del Vaga che, dopo il sacco di Roma, si trasferì a Genova, chiamato da Andrea Doria, dove ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del linguaggio raffaellesco non solo in Liguria, ma anche veicolato, per vicinanza geografica e traffici e rapporti, in Lombardia. Il tema raffaellesco, svolto da Perin del Vaga, fu soprattutto quello legato alla diffusione dei tipi delle grottesche (elaborato da Raffaello dopo la scoperta della Domus Aurea e che lo stesso Perin eseguirà, dopo Genova, a Castel Sant’Angelo a Roma) o delle architetture  a “paragone de li antichi”, messe in atto dopo la nomina del maestro a custode e registratore dei marmi antichi romani (decorazione all’antica evocata da stucchi e affreschi, fino alla ripresa di tecniche come l’encausto o la pittura compendiaria con tocchi rapidi, ravvivati da lumeggiature). È questo uno stile che si diffuse anche nei palazzi comaschi e pure nel secolo successivo (il XVII) attraverso la formazione che tutto l’atelier di Raffaello ebbe proprio in virtù di questa organizzazione “delegata”, scaturita soprattutto dal fatto che la fama dell’artista era andata ben oltre le possibilità di soddisfare la committenza, (soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita), tanto da rimanere inevasa o incompiuta.

In aggiunta, Raffaello collaborò con molti incisori come il celeberrimo Marcantonio Raimondi, o con Agostino Veneziano, Marco Dente Ugo da Carpi a cui affidò la realizzazione di stampe tratte dai propri disegni e dipinti, assicurando quella “enorme” diffusione della propria opera, che molti tuttora conoscono visivamente. L’ammirazione per l’arte dell’incisione (sono documentate alcune opere di Albrecht Dürer che egli teneva nella sua bottega) lo indusse ad affidare al Raimondi il compito di riprodurre  in serie una cospicua quantità dei suoi dipinti, tale da raggiungere una platea molto ampia rispetto alla cerchia ristretta di facoltosi committenti. Il mercato ebbe un enorme successo in Italia e all’estero arrivando a rappresentare uno dei maggiori veicoli di diffusione della “maniera moderna” in Europa. Ed è così che, come si è detto, anche i palazzi cinque-seicenteschi di Como si addobbarono alla maniera di Raffello e l’immagine della sua pittura  si diffuse, vantando attuali ampie testimonianze.

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