Le metamorfosi dell’eterna incompiuta

Sguardi al passato
Terragni vi sognò un edificio polivalente. I comaschi si sono venduti la fontana
Tre erano le “meraviglie” di Como alla fine dell’Ottocento, secondo un detto (noto anche con alcune varianti) che è ricordato ancora oggi e ha anche dato il titolo a un volume di memorabilia lariane
edito da Dominioni: «La rana, la funtana e i tett de la Besana» (ossia “la rana, la fontana e il décolleté della signora Besana», con riferimento a una prosperosa cittadina del centro storico piuttosto nota in città).
La prima curiosità era la scultura della rana posta sullo stipite sinistro della porta del Duomo che dà sulla via Pretorio, venerata da molti cittadini e tramandata come simbolo del punto massimo di una delle più memorabili esondazioni del lago.
La fontana è invece uno dei sintomi di un malato non immaginario ma reale, quell’eterna incompiuta tutta lariana che è piazza Cavour. Una memoria che ormai il tempo ha cancellato e sopravvive solo grazie alle documentazioni fotografiche e a tante cartoline. La fontana era posta al centro di piazza Cavour, e per inattività e polemiche sulle sue naiadi procaci, si pensò bene, nel 1891, di smantellarla e poi di venderla. Venne acquistata da un generoso italiano che la donò alla città di New York, dove la si può tuttora ammirare nel Bronx Park. Spesso vip e normali cittadini comaschi in visita nella Grande Mela si divertono a immortalarla nei loro album di foto ricordo.
I comaschi però non riescono a liberarsi di una piazza metamorfica che è sempre stata la cartina al tornasole per definire la loro capacità di affrontare e risolvere i problemi.
All’inizio fu porto e, nell’iconografia storica cittadina, quella raggiera di barche addormentate lungo la riva, che quasi richiama l’acconciatura di Lucia Mondella, evoca immediatamente alla memoria epoche in cui il territorio e il lago erano un tutt’uno sociale ed economico. E anche storie in cui la cornice, con le sue ville storiche e i personaggi che la abitavano, contribuirono non poco a creare il mito del lago. Come ha ricordato, ponendo una targa la trentasettesima edizione del festival “Autunno Musicale” di Como, Cosima Liszt, donna straordinaria, figlia naturale del grande musicista ungherese Franz Liszt e della contessa ginevrina Marie Sophie D’Agoult, che nacque a Como il 24 dicembre del 1837. Il nome le fu dato proprio in onore del Lario. La ricorda una lapide sulla facciata dell’ex albergo dell’Angelo in piazza Cavour, che allora si affacciava sul vecchio porto cittadino. Dopo avere sposato in prime nozze il direttore d’orchestra Hans von Bulow, Cosima si unì poi a Richard Wagner. Dopo la morte del maestro, avvenuta a Venezia nel 1883, la donna vigilerà per quasi 50 anni sulla conduzione del Festival di Bayreuth in onore del maestro.
Ma torniamo con i piedi per terra e alla piazza con l’assetto che vediamo ora, vedova di lago: è frutto della progressiva modernizzazione che modificò il paesaggio cittadino in profondità: fu interrato il porto nel 1872, e a detta di molti, questo rimane tra gli interventi di riqualificazione urbanistica più significativi per la città. Compresi tutti gli interrogativi che ne vennero dopo. Ma l’enigma del porto, ritorna tanto che il famoso architetto Cino Zucchi. Il progettista lo ha pesantemente citato in quella che ha chiamato “la piazza d’acqua”, ovvero il tratto caratterizzante del piano urbanistico per la nuova piazza con cui ha vinto il concorso internazionale di idee voluto dalla Regione Lombardia per l’arredo urbano del rinnovato lungolago. «In qualche modo, volevamo riprendere l’immagine del vecchio porto», dichiarò dopo la vittoria il progettista. Quel concorso, durante la giunta di Stefano Bruni, fu uno degli ultimi canti del cigno per una piazza che è stata anche orto di guerra durante il fascismo e, prima e dopo il Ventennio, ha avuto anche tre le sue tante metamorfosi l’onere di ospitare un parcheggio di automobili. E grazie ai trasporti e ai commerci, va detto, la piazza ebbe i fasti maggiori – documentati tuttora dalla persistenza di locali storici come il bar “Monti” – nei due decenni a cavallo tra Otto e Novecento, come punto di attracco di elezione per i grandi battelli e punto di riferimento per le linee tranviarie che la allacciavano alla Funicolare entrata in funzione nel 1894, e con la stazione ferroviaria di San Giovanni. Sembra avveniristico, oggi, mentre si parla tanto di mobilità dolce.
Ma dall’architettura, forse, possono venire guizzi d’ingegno per pensarla in modo diverso.
Il genio del Razionalismo Giuseppe Terragni immaginò una piazza Cavour avveniristica con traffico in parte interrato e un edificio polivalente al centro, quando si trovò a ridiscutere il futuro del quartiere della Cortesella a metà degli anni Trenta, e molti in città tra cui Carlo Terragni – uno degli autori del primitivo progetto del nuovo lungolago – non fa mistero di sognare un ritorno a quell’utopia. Che non è l’unica però. Come ha di recente ricordato con una sua dirompente copertina il “Corriere di Como”, ospitò una scultura simbolica del designer Ico Parisi con un cubo di cemento che intrappolava un’Alfetta, grido d’allarme per una città assediata dalle auto e dal traffico caotico con relativo inquinamento per polmoni ed orecchie. E, sempre in vena di iperboli, Ico Parisi oltre ad ambientare una delle sue “utopie” urbane proprio in piazza Cavour, vi realizzò una contestatissima installazione nel 1994: era fatta di spazzatura opportunamente imballata – con il benestare dell’azienda locale che ne cura lo smaltimento. Con il senno di poi, visti i topi, gli va riconosciuto il ruolo di profeta.

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
Piazza Cavour con alcuni orti di guerra coltivati a frumento e, sullo sfondo, un battello (dal volume fotografico di Enzo Pifferi Il Novecento a Como pubblicato nel 2011)

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