di Mario Guidotti
Se non ci sono dubbi circa l’opportunità di vaccinare contro il Covid tutti i soggetti di maggiore età, qualche legittima perplessità sorge per i ragazzi in età adolescenziale. Vediamo. Si parla ora di vaccinare tra i 12 e i 16 anni di età. Va premesso che gli studi registrativi dei vaccini sono in qualche modo le tavole della legge sull’utilizzo degli stessi. Nel bene e nel male.Il bene è che hanno dimostrato senza ombra di dubbio l’efficacia degli stessi nel prevenire la morte, la malattia grave e quasi sempre anche in forma leggere, da Coronavirus-19.
Il punto è che Pfizer (Comirnaty) è stato testato su soggetti sopra i 16 anni, Moderna (Vaccine Moderna) e AstraZeneca (Vaxzevria) sopra i 18. Mettiamo pure di essere quindi autorizzati a vaccinare con Pfizer tra i 16 e i 18 anni, ma sotto?
L’ente regolatorio americano ha dato il via libera e a breve farà altrettanto quello europeo.Mah, direte, perché dovremmo? È dimostrato che in età giovanile il virus non fa danni e al massimo dà fastidi irrisori. D’accordo, ma se non allarghiamo il più possibile la platea dei vaccinati il virus continua a circolare. Più gira tra la gente, più è probabile che combini almeno un paio di guai. Primo: infettare chi non può essere immunizzato per motivi sanitari e dargli grossi problemi. Secondo: replicarsi continuamente da persona a persona, cambiare il proprio corredo genetico (Rna) e diventare una “variante”, che, magari, non è più bloccata dai vaccini. Quindi il senso di vaccinare gli under 16 anni è prevalentemente un discorso di Medicina sociale e solo in piccola parte individuale.
Nota bene, gli under 16 sono soggetti a forte mobilità, lo sappiamo e ne conosciamo le giuste ragioni.Quindi sono molto a rischio di veicolare il virus, l’abbiamo visto con le scuole per quarantene infinite. E i vaccini, va detto, hanno dei rischi, seppur minimi, eccezionali, statisticamente vicini alla probabilità di essere colpiti da un meteorite, di effetti collaterali. Quindi il discorso si sposta sul piano sociale: individualismo verso collettivismo.Corro o no un rischio bassissimo per il bene comune? Nota bene, nel bene comune ci sono anche io che dovrei vaccinarmi, i miei cari eccetera, cioè tutti.
È noto che la società italiana è profondamente individualistica e scarsamente sensibile al richiamo dell’interesse collettivo. Lo scrive magistralmente Luca Ricolfi (“La società signorile di massa”, ed. La Nave di Teseo). Mentre l’esempio opposto è una società dove la dimensione collettiva prevale su quella individuale, a parità di modernizzazione ed evoluzione dei costumi, come per esempio Israele.
Dove, guarda caso, la popolazione si è vaccinata a tappeto. Sarebbe un’enorme vittoria se, dopo la batosta del Covid, che ha flagellato l’Italia per prima nel mondo, dimostrassimo che tutto quello che è successo ci ha trasformati addirittura nell’indole nazionale, facendoci diventare un vero popolo solidale.
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