L’edilizia è in ginocchio, si spera nel Superbonus

Francesco Molteni, presidente Ance Como

C’è grande attesa sul Lario per la conversione ufficiale del Decreto Rilancio, in cui si prevede il potenziamento al 110% del bonus per l’edilizia, il cosiddetto Superbonus per la riqualificazione energetica. E intanto il mercato immobiliare è sostanzialmente fermo dopo gli spiragli di speranza di fine 2019.
«Il bonus è una occasione di ripresa per un settore in difficoltà – dice Francesco Molteni, presidente dell’Ance di Como – che conta sul Lario circa 3mila lavoratori e rappresenta oltre il 20% del Pil lariano. Siamo in attesa che il decreto diventi operativo perché è una partita tanto delicata quanto complessa che chiama in scena imprese, progettisti, cittadini e banche. Si va a toccare un tema forte come risparmio energetico e l’efficientamento del nostro patrimonio edilizio. Si sbloccheranno cantieri e si creerà lavoro che è la cosa più importante, dato che è con il lavoro che si può ripagare la liquidità che viene anticipata. Ma attenzione a sbagliare, la posta in gioco è altissima».
«Finora – dice il presidente di Ance Como – abbiamo sentito a livello governativo grandi cifre, ma abbiamo bisogno di sapere quanto conteranno sul territorio e soprattutto abbiamo bisogno di norme chiare e certe e di poca burocrazia. Se avremo a che fare con passaggi e procedure troppo complicati rischiamo di vanificare quella che è sulla carta una buona norma».
La crisi per l’edilizia comasca è di sistema. «L’industria delle costruzioni – dice Francesco Molteni – viene da una crisi iniziata nel 2010 e a dire la verità non ne siamo mai usciti. Ora il decreto promette di rigenerare un patrimonio immobiliare vetusto ed energivoro e solleva parecchie attesa da parte di tutti i soggetti in campo: chi potrà usufruire delle agevolazioni, e come potrà ottenerle? Siamo al redde rationem: è un dispositivo che potrebbe portare enormi benefici ma c’è anche il rischio che resti una opportunità persa. Per evitarlo occorre dare ascolto a chi le leggi dovrà adoperarle nel concreto: ossia le imprese edili, i professionisti che dovranno certificare gli interventi fatti e il sistema del credito. Tutti questi attori in campo devono essere in grado di portare a casa il risultato nel migliore dei modi e nell’interesse del territorio su cui operano».
Il decreto all’orizzonte è l’unica possibilità di salvezza per l’edilizia lariana? «Siamo anche in attesa della manovra che dovrebbe portare a una sburocratizzazione del settore e avviare così nuovi cantieri – dice il presidente dell’Ance lariana – e questo vale sia per il pubblico che per il privato. La vicenda della ricostruzione del ponte Morandi di Genova dimostra che l’Italia ha una forte industria delle costruzioni, capace di cose mirabili e in tempi molto brevi, ma perché lavori bene deve farlo fuori dalle norme vigenti. Insomma non manca certo la forza lavoro ma si è incapaci di tradurla in cantieri operativi. Si pensi che oggi in media per fare una opera pubblica da 100mila euro occorrono 7 anni e 14 se l’opera costa 10 milioni. E di questa mole di lavoro il 70% è legato ai passaggi burocratici. È chiaro insomma dove occorre intervenire, è lampante. Un altro tema correlato a questo: si parla tanto di grandi opere e dei modelli con i quali attuarle. Ma nell’era post Covid 19 occorre iniettare liquidità sulle amministrazioni locali, che sono i centri di spesa più diffusi e assidui sul territorio, sono loro che possono intervenire presto e bene per mettere in sicurezza il territorio dove occorre davvero. Come Ance ci siamo ripetutamente fatti portavoce di tale istanza e infatti abbiamo presentato un piano nazionale che ho personalmente seguito. Si chiama “Piano Italia” e prevede finanziamenti alle pubbliche amministrazioni per 10 miliardi. Ossia la spesa media che le pubbliche amministrazioni hanno investito negli ultimi due anni. Attendiamo risposte dal decreto sbloccacantieri. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non promette bene il fatto che il governo abbia chiesto a Bruxelles la proroga dello “split payment”: le imprese che lavorano per il settore pubblico subiscono la mancata riscossione dell’imposta sul valore aggiunto, l’Iva. Pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare le spese correnti. Lo split drena 2,5 miliardi l’anno alle imprese con la scusa di combattere l’evasione».

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