L’ha tirato fuori dall’auto e colpito al collo. L’arrestato: «Ho atteso il momento giusto»

Omicidio don Roberto Malgesini (foto Colombo)

Il pubblico ministero Massimo Astori ha assegnato l’incarico per l’autopsia sul corpo di don Roberto Malgesini, il prete degli ultimi martirizzato a pochi passi dalla chiesa di San Rocco, in centro a Como, mentre caricava l’auto con le colazioni che di lì a poco avrebbe dovuto portare ai senzatetto che assisteva, prima in via Napoleona, poi a Porta Torre e alla stazione di Como San Giovanni.

Il magistrato lariano, martedì mattina per ore sul posto dell’agguato, ha chiesto all’anatomopatologo del Sant’Anna Giovanni Scola – nel quesito collegato all’incarico – di verificare la compatibilità delle ferite del prete con il coltello recuperato dalla Squadra mobile, di valutare il tempo trascorso prima del decesso e di ipotizzare anche una modalità di quanto avvenuto, con il numero e la sequenza dei colpi poi risultati letali.
Secondo quanto è stato ricostruito, infatti, basandosi anche su quanto raccontato da Mahmoudi Ridha, il 53enne tunisino ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario, il primo fendente sarebbe stato inferto al collo, mentre don Roberto era di spalle e chinato nell’auto per appoggiare le borse della colazione.

L’aggressore l’avrebbe colto di sorpresa («ho aspettato il momento giusto», avrebbe riferito), dopo che tra le parti c’era stato un abbocco di colloquio (Ridha pare avesse chiesto del ghiaccio per un dente che gli doleva), tirando don Roberto fuori dall’auto e colpendolo al collo con il primo profondo taglio. Poi, avrebbe inferto il secondo colpo al braccio sinistro, infine, mentre don Roberto tentava di allontanarsi, probabilmente già barcollando, sarebbero giunto gli ultimi fendenti al torace, almeno tre.
Una sequenza spietata che non ha lasciato scampo al religioso, morto in poco tempo sotto ad un albero ora diventato meta del pellegrinaggio di fedeli e semplici cittadini per portare un fiore, un lumino oppure un messaggio.
A quel punto Mahmoudi Ridha si sarebbe allontanato lasciando il coltello nel praticello sotto la scalinata, dove è poi stato trovato dagli uomini della Squadra mobile. Un’arma dalla lama lunga e affilata, che l’arrestato aveva acquistato pochi giorni prima pare a scopo di difesa. Il tunisino ha infine percorso i 500 metri che lo dividevano dalla caserma dei carabinieri di Como per costituirsi, suonando al campanello e gridando ai militari che aveva ucciso un uomo.
Il tunisino – a sua volta ferito a una mano, in seguito al rinculo di uno dei colpi sferrati – era poi stato trasportato al Sant’Anna per essere medicato, prima dell’interrogatorio di fronte al pm e agli uomini della Squadra mobile che è avvenuto nel pomeriggio di martedì negli uffici della Questura. Ora toccherà all’anatomopatologo del Sant’Anna confermare o meno questa prima ricostruzione dell’aggressione fornita dall’assassino.

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