L’imitazione del “made in Italy” vale 60 miliardi A Villa d’Este in scena la “galleria degli orrori”

Un viaggio tra un improbabile Barbera bianco e la “Mortadela” brasiliana
Sessanta miliardi di euro. È questo l’astronomico valore dei prodotti che imitano il “made in Italy” e compaiono sulle tavole imbandite di tutto il mondo. Il doppio di quanto viene esportato regolarmente. Le prelibatezze nostrane sono infatti sempre più imitate e le leccornie di cui è ricca l’Italia vengono sistematicamente snaturate. E così ieri pomeriggio, durante il Forum Internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione, organizzato a Villa d’Este dalla Coldiretti con la collaborazione
dello studio Ambrosetti, è stata imbandita una tavolata con uno spaccato dei prodotti più imitati.
«È una vera e propria galleria degli orrori», spiega Rolando Manfredini, responsabile qualità di Coldiretti. Ma se gli italiani, noti buongustai, difficilmente si farebbero ingannare trovandosi faccia a faccia non con la finocchiona senese ma con il “Finocchiono” made in Usa, non altrettanto si può dire per gli altri. Stesso discorso per la “Mortadela” brasiliana. L’elenco è decisamente lungo. Come non rabbrividire, soprattutto alle nostre latitudini dove l’inverno è sinonimo di polentate, davanti alla “Palenta” rumena? La fantasia galoppa anche nel settore formaggi. Il Wisconsin, ad esempio, produce un improbabile “Asiago Cheese” e il “Parmesan” che è in buona compagnia con il “Parmesao” carioca. Anche la Romania, famosa non solo per la “Palenta”, offre il “Parmezan”.
L’Uruguay propone invece il suo “Parmesano”. Copiati, soprattutto in Cina, anche i pecorini sardi.
«Bisogna fare una differenza fondamentale. Esistono innanzitutto i prodotti che “suonano italiano”. In questi casi si punta sulle scarse conoscenze degli stranieri che si fanno magari confondere da una lettera sbagliata – aggiunge sempre Rolando Manfredini – e poi ci sono quelli falsi al 100% che non hanno alcuna qualità e spesso non sono neanche sicuri».
Tra i primi piatti, la situazione non migliora. Dalla Corea infatti arrivano i “Chapagetti” a far concorrenza agli spaghetti tricolore. Oppure gli spaghetti “Bolognesa Miracolo”. Ma dove il vero miracolo si compie è in un improbabile sugo di ragù dove però, leggendo tra gli ingredienti viene sottolineato – come fosse un vanto – l’assenza di ragù. Per condire gli “Chapagetti” si potrebbe anche utilizzare un “Pesto all’arrabbiata” per la gioia di tutti i genovesi doc. Cambiando genere c’è sempre la pizza olandese “Basilicata pallo cipolla”.
«È un fenomeno sconcertante e in forte espansione – interviene il presidente di Coldiretti, Sergio Marini – Se riuscissimo a recuperare i 60 miliardi del falso potremmo creare 300mila posti di lavoro».
I rischi non sono solo economici ma anche per la salute.
«Quando si falsifica un quadro – spiega Giorgio Calabrese, noto medico nutrizionista e dietologo – si vende un qualcosa che assomiglia all’originale. Ma il danno è solo economico. È una truffa. Se altero i cibi, si corrono seri rischi per la salute. Gli esempi sono molteplici. Posso prendere del grasso di scarsa qualità, arricchirlo con coloranti per farlo apparire come un ottimo panetto di burro. Oppure selezionare dell’olio povero, addizionarlo con la clorofilla per farlo diventare extra vergine. È rischioso». Si tratta di una battaglia che va combattuta anche perché «bisogna pensare ai bambini che devono crescere e simili prodotti non fanno bene. Penso anche agli anziani che sono magari sopravvissuti alla guerra per poi ammalarsi per qualche cibo scadente», aggiunge Calabrese. Il tarocco è trasversale.
«Tra i prodotti peggiori ci sono i grassi, il burro e la margarina. Ho però visto anche della maionese e delle panne orribili. Vere porcherie. O i salumi, eccellenza italiana, rifatti con grassi rancidi. Ma anche uova marce utilizzate a livello industriale».
Non esiste ovviamente una classifica dei paesi più inclini a simili alterazioni, però «in Oriente è frequente. Succede anche perché spesso non hanno la cultura del cibo – conclude Calabrese – Così come per gli abiti utilizzano senza accortezze coloranti che poi provocano irritazioni. È purtroppo un fatto di mentalità».
Ritornando al nostro particolare menù, non si può non innaffiare il tutto con un bicchiere di “Barbera bianco” in arrivo dalla Romania.
Il falso in tavola colpisce anche le bevande, anche gli alcolici. Tra gli ultimi esempi di inganno, i wine-kit, confezioni che permettono di realizzare uno pseudovino, unendo alcune polveri ad acqua e mosto concentrato. Con una spesa di 30-40 euro, si possono così ottenere, per esempio, 30 bottiglie di finto Valpolicella.
«Uno scandalo – dice Coldiretti – da 20 milioni di bottiglie, arrivato anche in Europa, tanto che in Svezia è stato scoperta una fabbrica che distribuisce in tutto il continente oltre 140mila wine-kit all’anno. Per questo – aggiungono dall’associazione – è stato chiesto alle autorità nazionali di intervenire immediatamente anche attraverso l’Unione Europea».

Fabrizio Barabesi

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