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L’interrogativo pesante come un macigno sulla “Fase 2” in Lombardia

di Mario Rapisarda

Fra poco più di una settimana entreremo tutti nella cosiddetta “Fase 2”. Dopo settimane di clausura forzata, inizierà un lento e graduale ritorno alla normalità. Nonostante la scadenza sia tutt’altro che lontana, non è ancora ben chiaro cosa accadrà nel Paese dal 4 maggio in poi. Al momento solo ipotesi, suggestioni, fughe in avanti. Rimane però sul tappeto un pesante interrogativo che riguarda la Lombardia e, quindi, la provincia di Como. Il governo regionale ha dovuto affrontare una immane catastrofe. Ha avuto un atteggiamento ondivago, anche a causa di una situazione improvvisa, ben difficile da decifrare, che avrebbe fatto vacillare chiunque non dotato dei giusti strumenti.

Ha certamente commesso alcuni errori e il mito del sistema politico sanitario lombardo (di formigoniana memoria) ne è uscito con le ossa rotte. Ci saranno tempi e modi, passato l’apice dell’emergenza, per affrontare queste mancanze e determinare le responsabilità di chi ha consentito la vera e propria strage avvenuta nelle case di riposo. E ha lasciato i medici e gli infermieri lavorare in condizioni indegne. Ma quel che ci preme oggi è però capire cosa accadrà alle nostre latitudini nei prossimi giorni. Conciliare le esigenze – assolutamente prioritarie – della salute pubblica con la complessa situazione economica che si è venuta a creare, soprattutto nel territorio che più produce rispetto al resto del Paese, è compito da non far dormire la notte.

E richiede grande preparazione, impegno, sangue freddo. Non siamo virologi o specialisti, ma leggiamo i dati. In Lombardia sino ad oggi abbiamo avuto oltre 70mila contagi e sono morte circa 13mila persone. E, soprattutto, viaggiamo senza sosta al ritmo implacabile di centinaia di nuovi casi e ben oltre 100 decessi al giorno. In Sicilia invece, ad esempio, i casi positivi registrati dall’inizio dell’emergenza sono più o meno 3mila in tutto e 200  i morti. Imparagonabile. È credibile pensare che il termine del confinamento e le nuove regole siano uguali per tutte le regioni italiane? Non si rischia un’altra ondata di nuovi focolai?

Mi piace pensare che questa domanda sia ben presente nell’agenda del premier Conte, del ministro Speranza e della coppia lombarda Fontana-Gallera. Auspico che il dualismo politico e la ricerca del consenso a tutti i costi, che hanno sin qui contraddistinto l’emergenza, lascino spazio alla collaborazione, al ragionamento sensato e a una sorta di “unità nazionale” per uscire sulle nostre gambe da questa pandemia che ha già lasciato sul campo migliaia di vittime e avrà conseguenze pesantissime sul piano occupazionale ed economico.

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