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L’invidia della felicità è una malattia subdola

di Agostino Clerici

Non riesco a togliermi dalla testa la storia di Eleonora e Daniele, barbaramente uccisi da Antonio a Lecce. La vicenda ha dell’incredibile. Il ventunenne Antonio per un certo periodo di tempo aveva convissuto nel medesimo appartamento con i due fidanzati, ma poi Eleonora e Daniele gli avevano chiesto di lasciare libera la camera, e così è avvenuto in modo pacifico. Almeno così è sembrato, finché non è esplosa la violenza assassina di Antonio, pianificata a lungo e lucidamente compiuta in una sera di fine settembre. «Erano troppo felici», avrebbe detto il giovane ai carabinieri che lo hanno fermato.

Non vi è mai giustificazione valida per un delitto che toglie la vita ad un altro, ma il movente può rivestire di logicità un gesto che è comunque sempre da condannare. Si è detto che il duplice omicidio di Lecce non ha un movente. Invece ce l’ha, eccome, ed è più serio di quel che si pensi. E male faremmo a non prenderlo in considerazione. Antonio non è pazzo, è solo malato di invidia. E qualcuno più attempato potrebbe ricordarci che questa malattia è gravissima, tanto da essere tradizionalmente inserita nell’elenco dei vizi capitali.

Antonio non sopportava di vedere la felicità di Eleonora e Daniele, non era capace di coglierla come un bene o comunque era un bene da cui si sentiva escluso. L’invidia è una malattia subdola: mentre offusca la possibilità di cogliere il bene che c’è nell’altro, fa diventare incapaci anche di stimare il proprio bene. Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova l’ha dipinta con una lunga lingua a forma di serpente che si ritorce contro il volto, accecando gli occhi. Lo sguardo dell’invidioso proviene, dunque, da un occhio che non ci vede bene, che valuta in modo scorretto e che muove all’azione nella direzione sbagliata.

Per fortuna non ogni invidia porta ad uccidere, ma sospinge l’invidioso a porre in atto innumerevoli tentativi per eliminare il bene dell’altro che gli provoca tanto fastidio. Davvero la sua lingua è a forma di serpente e le armi più comuni sono la maldicenza e la diffamazione, che in qualche modo uccidono, provocando sofferenze che regalano all’invidioso una certa compensazione, ma che non riescono a guarire la sua tristezza. L’eliminazione fisica dell’invidiato è la forma acuta della malattia dell’invidioso.

C’è una fiaba dei fratelli Grimm che la descrive: la regina ossessionata dalla bellezza tenta ripetutamente di uccidere «la più bella del reame», Biancaneve, e, corrosa dall’invidia, accetta addirittura travestimenti che la abbruttiscono pur di raggiungere il suo scopo. Non ci riuscirà, e finirà lei con il perdere la vita. Le fiabe, si sa, hanno un lieto fine, che spesso manca nella realtà. Ma, esistono effettivamente persone che, come la regina della fiaba, sono disposte a diventare brutte persone per colpa dell’invidia, e a provocare tanta sofferenza.

Antonio invidiava la felicità di Eleonora e Daniele e forse, nonostante la giovane età, aveva perso la speranza di raggiungerla anche lui. Invece, l’avrebbe raggiunta a modo suo, perché la felicità non è un abito preconfezionato uguale per tutti, ma è un vestito che può essere solo cucito su misura dell’umanità di ciascuno di noi. Certo, ora, distruggendo l’abito di Eleonora e Daniele, Antonio ha lacerato il tessuto del suo vestito.

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