L’irrefrenabile fuoripista e il prudente segnavia

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

L’estate è cominciata, come sempre volano di libertà. A maggior ragione lo è in questa strana ripresa dalla pandemia, che per il momento è ancora un bisogno irrinunciabile più che una realtà assodata. E questo è un problema, perché potrebbe darsi che la molla lungamente caricata liberi un’energia difficile da controllare. La cronaca è impietosa e ci ha già raccontato le prime disgrazie, lì dove l’imponderabile cammina a braccetto con l’imprudenza in un connubio pericoloso: l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ma volentieri s’abbevera a quei moti di repentina sfrontatezza che la ragione talvolta concede, proprio per liberare la vitalità a lungo trattenuta.

Viviamo in un mondo in cui la parola «avventura» ha assunto un ruolo primario, quasi di valore supremo da perseguire con tutta la forza del nostro desiderio. Avventura, cioè «le cose che accadranno». Ma anche «le cose che ci vengono incontro». Come a dire che l’avventura è in parte misteriosa, ma in parte la possiamo vedere e in un certo senso anche decidere. L’avventura è il futuro nel versante che s’affaccia sul nostro presente.

Vale la pena, allora, ricondurre l’avventura umana ai due progetti estremi che la contraddistinguono, associandoli a due immagini del modo di procedere nel cammino. Il primo progetto è quello che potremmo chiamare del «fuoripista». Andare oltre il limite è da sempre considerata la cifra della libertà umana. La pista è cosa troppo normale, ed è comprensibile che si tenda a intraprendere vie nuove, che sono appunto «fuoripista». La vita non può essere l’ingranaggio di un nastro trasportatore. Dove vanno a finire altrimenti la fantasia e la creatività che caratterizzano l’uomo al suo livello più profondo?

Eppure il «fuoripista» rischia d’essere un modello più conservatore di quel che si creda. Nel percorso dell’ardimentoso, infatti, si nasconde un inganno. L’uomo è l’unico animale che è capace di trasformare in men che non si dica un «fuoripista» in una pista: basta solo percorrerla una seconda volta e finisce nell’elenco di ciò che è vecchio. La ricerca diventa presto ossessione inesausta. Questo è il problema vero del «fuoripista»: ritrovarsi ad aver aumentato a dismisura le piste, ad aver incrementato le vie della normalità.

Il secondo progetto è quello che potremmo chiamare del «segnavia». Sono quelle tracce dipinte sui sassi lungo i sentieri di montagna: ti basta seguirle fedelmente per raggiungere in sicurezza la meta. Qualche volta ti sembra che andare in un’altra direzione ti faccia arrivare prima, ma nel «segnavia» si è come sedimentata la saggezza di chi quella montagna la conosce e la ama, e che è capace di trasformare un viandante in un pellegrino.

Sarebbe sbagliato dipingere il modello del «segnavia» come una limitazione della libertà, una negazione della creatività. Nel seguire un sentiero, infatti, c’è il fondamento della libertà. E c’è l’altra faccia del mistero dell’uomo, che è l’unico animale che sa creare il nuovo con le cose di tutti i giorni, che sa comporre miliardi di melodie musicali mischiando sette note.

Divagazioni filosofiche? Forse. Eppure quanto sarebbe utile nel concreto di tante nostre decisioni saper mitigare l’irrefrenabile «fuoripista» con il prudente «segnavia», senza spegnere la fantasia ma facendo tesoro dell’esperienza.

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