L'ITALIA COSTRETTA A RINUNCIARE AI GIOCHI OLIMPICI DI ROMA DEL 2020. UNA DECISIONE SOFFERTA CHE HA MOTIVAZIONI ECONOMICHE ED ETICHE

RISPONDE RENZO ROMANO:

Il premier Monti, dopo aver valutato costi e benefici, ha detto “no” alla candidatura di Roma ai Giochi olimpici nel 2020. Un “no”, a quanto pare, sofferto, ma categorico «per il bene del Paese». Da ciò che ho compreso Monti teme che organizzare un evento come questo comporterebbe ulteriori sacrifici che potrebbero avere gravi conseguenze sul futuro dell’Italia.
Insomma i soldi non ci sono ora e probabilmente neppure nei prossimi anni. Quindi mettiamoci tutti il cuore in pace.
La notizia ovviamente ha destato scalpore. E grandi critiche. C’è chi afferma che perdere questa occasione è un danno per tutti (pensiamo all’indotto e all’immagine dell’Italia nel mondo); d’altro canto, c’è chi sostiene che il Paese che rischia di arrivare impreparato all’Expo 2015 e da sempre sbaglia preventivi, costi e tempi di realizzazione di tante opere pubbliche (dalla più piccola alla più importante: pensiamo, per esempio, alla nostra Ticosa e al cantiere delle paratie sul lungolago, senza parlare del Ponte sullo Stretto, della Salerno-Reggio Calabria e, non ultima, proprio la linea C della metropolitana di Roma, un’opera infinita i cui costi lievitano di giorno in giorno) forse è meglio che faccia un passo indietro, nonostante tutto.
Lei, professore, cosa ne pensa?

Ludovico Germani

Caro lettore,
penso che il premier Monti abbia fatto benissimo. Sono d’accordo con  la sua affermazione: «Sarebbe da irresponsabili dire sì alle Olimpiadi».
I motivi del “no” sono di natura economica ed etica. Economica perché non ci sono soldi. Etica perché sarebbe amorale chiedere agli italiani, già supertartassati, altri sacrifici per finanziare i Giochi olimpici.
Un altro elemento ha giocato in sfavore: la certezza che i costi delle opere pubbliche necessarie sarebbero abnormemente lievitati. I casi da lei menzionati sono solo alcuni fra i troppi, accaduti e che ancora accadono.
Un safari per il Bel Paese tra le opere incompiute sarebbe molto istruttivo in proposito. Non c’è neppure bisogno di allontanarsi troppo da casa: paratie e Ticosa docet.
Credo che la stragrande maggioranza degli italiani abbia apprezzato il comportamento virtuoso del governo. Non ritengo affatto che l’Italia abbia perso un’opportunità. Al contrario penso che la rinuncia alle Olimpiadi sia stata un’ottima occasione per proporre un’inedita e insolita immagine “virtuosa” del nostro Paese.
Neppure i patiti di sport, e io sono tra quelli, hanno motivo di dolersi. I giochi olimpici ce li godremo dal primo all’ultimo minuto alla televisione a costo “quasi” zero (il “quasi” è dovuto all’indigesto balzello del canone Rai).
Il pensiero corre al 1960. Roma è sede delle Olimpiadi. Nella mia mente si affollano i ricordi. Tutti rigorosamente in bianco e nero come lo schermo del mio ventun pollici sempre acceso per tutta la durata dei Giochi. La voce tremolante del discobolo Adolfo Consolini mentre legge il giuramento degli atleti alla cerimonia d’apertura, i “piedi scalzi” sulle pietre dell’Appia Antica della guardia imperiale etiope Abele Bikila, il suo vittorioso arrivo solitario sotto l’Arco di Costantino. Le esibizioni dei ginnasti alle Terme di Caracalla, i lottatori che si affrontano all’ombra della Basilica di Massenzio.
I luoghi dove si svolgono le gare regalano un alone di leggenda agli atleti. Il fascino della storia esalta  sentimenti e sensazioni degli spettatori.
Io vivo praticamente incollato davanti al televisore. Per fortuna è tempo di vacanza, i giochi si aprono il 25 agosto e si chiudono l’11 settembre, la scuola inizia il primo di ottobre. Grandi campioni si elevano  a miti. Il balletto di potenza e leggerezza sul ring di Cassius Clay, che poi diventerà Muhammad Alì, icona dell’opposizione alla guerra in Vietnam. Mi ha commosso averlo rivisto anni dopo tremolante a causa del morbo di Parkinson, mentre accende il braciere dei giochi alle Olimpiadi  di Atlanta del 1996. Sempre nel mondo del pugilato, considerato allora “nobile arte”, esplodeva in tutta la sua “classe” il grandissimo Nino Benvenuti che sarebbe poi diventato campione del mondo tra i professionisti.
Ho vissuto con il fiato sospeso i duecento metri di Livio Berruti, occhialuto studente piemontese, vincitore dell’oro olimpico davanti agli increduli velocisti a stelle e strisce americani. Mi sono commosso osservando le prodezze della “gazzella nera” Wilma Rudolph, una velocista ventenne di colore, diciotto fratelli, un’infanzia difficile, addirittura impossibilitata a camminare da bambina a causa di una paralisi reumatica.
L’innocente e puritano “gossip” dell’epoca racconta di una viva simpatia della bella esuberante Wilma con il riservatissimo Berruti. Accompagna questi ricordi un magone dolcissimo che amplifica la commozione e ce li rende ancora più cari e tutti nostri.
Fuori dai sentimenti, va anche ricordato che la situazione economica dell’Italia era totalmente diversa dall’attuale. Incredibile a credersi, ma vi assicuro che è vero: nel 1960 la “lira” prendeva l’Oscar come la moneta più stabile nel mondo. In quella felice e favorevole situazione effettivamente le Olimpiadi di Roma avevano senso come vetrina del “miracolo economico” del Paese e apparivano agli occhi degli italiani un bellissimo sogno.
Non mi sembra che oggi ci siano le condizioni, ribadisco “economiche ed etiche”, per tentare l’avventura delle Olimpiadi. Teniamoci il sogno e i ricordi del 1960. Nel 2020 “accontentiamoci” di vedere i giochi da un super tecnologico maxi televisore di sessanta pollici a quattro dimensioni con buona pace di tutti, favorevoli e contrari al “cupolone” olimpico.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.