L’italiano nel tempo della crisi politica con il Ticino

altL’intervista. Luca Cignetti, docente alla Università Supsi, parla delle differenze linguistiche tra il nostro Paese e la vicina Svizzera. In libreria un manuale insegna a usare meglio le parole
Scrivere bene è possibile. Scrivere meglio è un po’ più complicato. Non troppo, in verità. Questione di esercizio. E di volontà. Ne sono convinti due studiosi di didattica dell’italiano, Luca Cignetti e Simone Fornara, entrambi docenti alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (Supsi) e autori di un vero e proprio manuale destinato appunto a chi voglia innalzare la qualità della propria scrittura (Il piacere di scrivere. Guida all’italiano del terzo millennio, Carocci editore, 2014, pagine 331, euro 24. Prefazione di Luca Serianni).

Cignetti e Fornara insegnano a insegnare l’italiano. Lo fanno in Canton Ticino, nel tempo in cui i contrasti politico-culturali tra l’Italia e la Svizzera appaiono più forti che mai.
«In Ticino – dice Cignetti – l’italiano è una lingua identitaria. La tensione e i conflitti esistenti sono di natura politico-economica e non possono essere negati. Ma la difesa della lingua italiana nel nostro Cantone è comunque forte. Non dimentichiamo che nel primo articolo della Costituzione ticinese si parla di una “repubblica di cultura e lingua italiane”».
Professor Cignetti, spesso si scherza sulle differenze tra l’italiano-italiano e l’italiano-svizzero. Sono così evidenti, queste diversità? E perché?
«L’italiano parlato e scritto in Ticino è una varietà linguistica, una lingua regionale. Subisce l’influenza del contesto in cui è utilizzata. Ha anche caratteristiche tipiche legate al contatto con le altre lingue nazionali svizzere, vale a dire tedesco e francese. Sul “ticinese” incidono anche le differenze sociali, istituzionali, i modi di vita. Gli esempi sono molti: dal quark, che corrisponde alla ricotta, al natel, azienda oggi scomparsa che ha dato il nome al telefonino. E ancora, la linea di confine che viene chiamata ramina o il classatore, parola derivante dal francese che indica il raccoglitore di documenti».
Va detto però che l’italiano-ticinese, in alcune circostanze, è molto più chiaro della lingua madre. I testi della burocrazia, ad esempio, sono molto più semplici e chiari in Svizzera.
«Questa è anche l’impressione di chi ha studiato il fenomeno. C’è una spiegazione. Le leggi confederali sono scritte in tedesco e poi tradotte. La lingua è quindi più piatta e monotona ma anche più semplice e chiara, leggibile. Aggiungo che in Canton Ticino l’attenzione al cittadino è maggiore, si tenta in ogni modo di evitare burocratismi ed espressioni desuete, quelle che hanno portato Italo Calvino a parlare di “antilingua”. Forse c’è mancanza di ricercatezza, ma questa mancanza favorisce certamente la comprensione».
Perché è importante scrivere bene. Si potrebbe dire, parafrasando Nanni Moretti, che chi scrive bene pensa bene?
«Credo che sia importante scrivere bene per molti motivi. Non soltanto per avere buoni voti a scuola ma anche, e soprattutto, per essere ascoltati e compresi. La scrittura struttura il pensiero. Scrivere bene obbliga a dare chiarezza e coerenza a ciò che si vuole comunicare»
I giovani, però, soprattutto sui social media, utilizzano forme sincopate, scritture apparentemente senza regole.
«La grande diffusione di mezzi di scrittura digitata ha comportato una sorta di rivoluzione. Sicuramente si tratta di una scrittura non tradizionale ma efficace. D’altronde, scrivere significa saper gestire diversi mezzi e modalità di scrittura».
Che cosa pensa dell’italiano dei giornali? Quelli ticinesi sembrano talvolta meglio scritti. Perché?
«Oggi la stampa rappresenta un modello linguistico che una volta era esercitato dalla letteratura. In Ticino i giornali sono ben strutturati. E, in generale, sembrano aprirsi meno agli influssi della lingua parlata. Tuttavia, non noto grandi differenze linguistiche con i giornali italiani».

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