Lo scandalo del forno crematorio di Biella. Inascoltate le richieste delle famiglie comasche

Tempio Crematorio Biella

Sono più di trenta le famiglie comasche che non avranno la giustizia che speravano.
Una piccola parte delle quattrocentottanta che avevano chiesto (inascoltate) un supplemento di indagine su quello che era accaduto ai loro cari.
Il giudice delle indagini preliminari di Biella ha infatti accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero in merito alla brutta vicenda che aveva riguardato il forno crematorio della città piemontese, cui si rivolgevano anche famiglie provenienti da altre zone del Nord Italia.
I responsabili della ditta che lo gestiva in quegli anni, infatti, furono arrestati e indagati per i sospetti di gravi irregolarità nella gestione delle cremazioni.
Si ipotizzava addirittura che le ceneri dei defunti fossero state confuse, mischiate o persino gettate tra i rifiuti, il tutto per velocizzare le operazioni e intascare più soldi.

Non tutte le vittime però – ed è questo il punto – sono state comprese tra le parti civili del fascicolo principale del processo che è già oltre il primo grado di giudizio.
Per decine di famiglie infatti – tra cui molti comaschi, visto che Biella era uno dei forni alternativi a quello del Cimitero Monumentale di Como fuori servizio – la Procura di Biella aveva concluso con la richiesta di archiviazione.
Un atto che aveva però portato tutti in aula per discutere, di fronte al Gip e al procuratore Teresa Angela Camelio, l’opposizione all’archiviazione. Ma il giudice non ha accolto le richieste dei familiari, chiudendo dunque il caso per 480 famiglie.

«Non risulta possibile pervenire alla formulazione di capi di imputazione sostenuti da elementi che possano reggere in un processo penale – si legge nelle motivazioni, attese per molte settimane – In maniera condivisibile il pm ha ritenuto di poter qualificare come parti offese dei gravi delitti di violazione di sepolcro, dispersione delle ceneri e truffa solo coloro nei cui confronti sia stata accertata la violazione delle norme perché le relative bare sono state riconosciute mediante numeri identificativi nelle riprese effettuate dalla polizia giudiziaria o nei video e nelle fotografie depositati».
Eppure le vittime – che per noi rimangono tali, nonostante «non c’è prova che le condotte contestate siano state commesse ai loro danni» – avevano sottolineato come il modo di agire degli indagati fosse sempre lo stesso, con «condotte sistematiche» compiute nel periodo in cui i defunti delle 480 parti che hanno chiesto l’opposizione all’archiviazione erano stati cremati proprio a Biella.

Con cremazioni «eseguite a distanza di pochi minuti» in modo del tutto «incompatibile con il funzionamento dell’impianto», e con i «verbali delle cremazioni che contenevano delle irregolarità» (come ammesso dallo stesso giudice) senza che tutto questo fosse però sufficiente per far «ritenere sussistente la fondatezza della notizia di reato».
Motivi che hanno portato il gip piemontese ad accogliere l’archiviazione che era stata chiesta dalla Procura, lasciando nello sconforto – oggi più di ieri – 480 persone che invece speravano in un supplemento di indagine per ottenere giustizia per i loro cari.

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