Lo scrittore Fabio Pusterla: «Fra Ticino e Lombardia ancora troppa diffidenza Colpa anche della politica»

Fabio Pusterla

Scrittore di frontiera, Fabio Pusterla – ticinese con casa in Valsolda, ad Albogasio, nei territori cari ad Antonio Fogazzaro – docente al Liceo cantonale di Lugano e all’Università della Svizzera Italiana (Usi), è probabilmente il massimo poeta in lingua italiana della Svizzera e cura la collana di poesia dell’editore Marcos Y Marcos di Milano.
Pusterla è stato allievo di Maria Corti con tesi sul dialetto intelvese (lei filologa peraltro di origini intelvesi), e qualche anno fa con un gruppo di amici a Pellio ha rilevato il “Carlasc” dei Seicento, la casa di famiglia della scrittrice e docente, fondatrice del “Fondo Manoscritti di Autori Contemporanei” dell’Università di Pavia. A Pellio la Corti ha scritto molte celebri opere, come il romanzo Il ballo dei sapienti e i saggi danteschi di La felicità mentale.
Pusterla, come è cambiata negli ultimi 30-40anni la percezione della frontiera dal punto di vista della cultura, sui due lati del confine?
«Direi che certi aspetti, certe reciproche chiusure e certi pregiudizi non sono affatto scomparsi; ma oggi sono ancora meno comprensibili di ieri, perché nel frattempo il mondo è profondamente cambiato, il confine ha perso molta della sua importanza e, soprattutto sul piano della cultura, risulta evidente che la dimensione di riferimento non è certo definita dalle frontiere doganali o dai passaporti. Purtroppo, in Ticino come in Lombardia, a questa trasformazione concreta della realtà e dell’immaginario si accompagna una involuzione politica preoccupante. In questa involuzione le frontiere, i confini, le vere o presunte identità sono sbandierati come spauracchi o sventolati come vessilli. Da vent’anni geografi e urbanisti parlano correntemente del concetto di “megalopoli padana”, in cui i territori di cui stiamo parlando sono ugualmente compresi. Qui viviamo tutti: che ci piaccia o no, in barba ai confini».
Ha ancora senso il concetto di “gita a Chiasso” come quella che negli anni Sessanta auspicava Alberto Arbasino per svecchiare culturalmente gli italiani, o vale di riflesso anche la gita a Milano per il ticinese?
«Io a Chiasso sono cresciuto, in un’epoca in cui nella cittadina non c’era nessuna libreria e nessuna biblioteca. Quindi, con tutto il rispetto per Arbasino, ho sempre pensato che la “gita a Chiasso” fosse un’immagine sbagliata, retorica e immaginaria. A chi viene da Sud, io suggerirei oggi di non fermarsi a Chiasso, e neanche a Lugano, ma di andare a Zurigo, che è una piccola-grande città europea. Ai ticinesi non serve andare a Milano in gita (già lo fanno, per shopping o altro), ma stabilire contatti profondi con la città, abitandola, per così dire, pur vivendo in una sua periferia».
Che cosa manca per creare più ponti di dialogo e collaborazione tra Lombardia e Canton Ticino sul fronte culturale? È solo questione di pecunia?
«La domanda si riferisce a un piano quasi istituzionale, diciamo di politica culturale, su cui non ho molto da dire: ovvio che mancano investimenti e fiducia nella cultura (e nella libertà della cultura). Sul piano concreto in cui mi muovo io, il piano dell’esperienza quotidiana, direi che basta avere un po’di buona volontà. Chi vuole dialogare e collaborare lo può benissimo fare, e molti del resto lo fanno. Chi non lo fa, forse ha qualche timore: uscire dal proprio microcosmo (tanto a Milano quanto in Ticino: si può vivere a Milano come se si vivesse in provincia, e viceversa) vuol sempre dire mettersi in gioco e rischiare qualcosa».
Percepisce più provincialismo a Como o Lugano?
«Non frequento molto Como, negli ultimi anni, e non posso fare paragoni. Posso dire che, malgrado i molti aspetti involutivi (vedi sopra) che avverto a Lugano, si possono trovare in questa piccola città parecchi fermenti culturali – letteratura, arte, musica, teatro; un po’ meno cinema, malgrado l’eroica attività di qualche sala cinematografica indipendente e di alcuni cineforum di alta qualità – di ottimo livello e di respiro europeo. Anche l’Università della Svizzera Italiana, che ha ormai consolidato il suo radicamento e che è in crescita, mi pare andare in questa direzione. E forse, a ben guardare, anche il termine “provincialismo” oggi mi sembra un po’ desueto. Sto con uno scrittore, Massimo Ferretti, che mezzo secolo fa parlava di “morte della provincia” (che porta con sé l’affievolirsi del “centro”). Forse oggi ognuno può e deve scegliere come vivere il luogo dove sta: come nido chiuso e protetto o come osservatorio arrischiato sul mondo».

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