Lo storico comasco Paolo Grillo sulle tracce di Marco Polo

Manoscritto miniato del Milione di Marco Polo

Un libro che parla dell’Europa del Duecento può essere attuale? Certo che sì, basta immergersi nella lettura nutriente e mai faticosa di Le porte del mondo (pp. 228, 22 euro), nuovo saggio del docente di Storia medievale alla Statale, lo storico comasco Paolo Grillo.
Due anni di lavoro e ricerche d’archivio per raccontare di mercanti, diplomatici, avventurieri, l’arrivo dei vichinghi in Nordamerica poco dopo l’anno Mille o la feroce irruzione mongola in Occidente e soprattutto viaggi e spedizioni rischiose che diedero vita a una vera e propria «globalizzazione» ante litteram. Che ribalta però la prospettiva in questo racconto che parte dai mostri mitologici che sulla scia del comasco Plinio il Vecchio abitavano le pittoresche mappe geografiche medievali per affiancare Marco Polo e Ibn Battuta, autori di celebri reportage dell’epoca nei loro resoconti di viaggio. In questo racconto emerge il vero volto dell’Europa medievale, che in quella globalizzazione non fu centro ma periferia. «Contrariamente a quanto si pensa, gli europei del Medioevo erano consci di vivere alla periferia di un mondo ricco, colto, civilizzato e multipolare, dove avrebbero dovuto ritagliarsi un ruolo sviluppando il dialogo e i commerci, non certo cercando di imporsi con gli eserciti» dice Paolo Grillo
Che a proposito della Cina di Marco Polo spiega: «Sapere poco della storia ci porta spesso a fraintendere elementi importanti. Con la sua espansione economica oggi noi pensiamo che la Cina viva un momento di gloria e quasi stia usurpando un posto che non le spetta al tavolo dei grandi del mondo ma se la guardiamo in prospettiva secolare la Cina è sempre stata la prima o seconda economia del pianeta e dal punto di vista dei cinesi si sta riprendendo il posto che ha avuto per duemila anni».
Il libro di Grillo ha proprio il pregio di farci comprendere con un dedalo di vicende questo ruolo che l’Europa seppe conquistarsi nel mondo con umiltà e dedizione. «Gli europei – dice Grillo – erano convinti di avere la religione dalla loro parte ma dal punto di vista economico e sociale erano consci di avere tantissimo da imparare e da arricchirsi dai rapporti col resto del mondo e seppero muoversi con grande abilità traendo molti vantaggi, con grande intelligenza e con modestia, senza arroganza. Quando invece prevalsero logiche imperialistiche come quelle che dominarono al tempo dei romani per l’Europa iniziò il tracollo, in primis con la scoperta del nuovo mondo».
A stoppare questa globalizzazione ante litteram pensò anche la peste nera di metà Trecento, la «prima grande epidemia globale dalla fine dell’epoca antica», oggi evocata con terrore ai tempi del coronavirus, cui il libro di Grillo dedica sul finire pagine drammatiche. Ma cosa ci insegna l’esperienza del Duecento globalizzato raccontata nel libro? «Mostra in primis che a grandi opportunità corrispondono sempre grandi rischi. Vivere in un mondo ampio connesso globalizzato comporta grandi vantaggi, ma assieme a merci e persone come sappiamo viaggiano anche le malattie. Tutto dipende da che prezzo vogliamo pagare, non si possono avere solo i vantaggi e non i rischi».
Il libro si basa, oltre che su testimonianze celebri come il “Milione” del nostro Marco Polo, su documenti di archivio. Quanto ancora si dovrà scavare per avere un quadro attendibile del Medioevo europeo? «Gli archivi sono miniere da cui può sempre emergere qualcosa di nuovo, a libro chiuso io stesso mi sono imbattuto in due o tre documenti su Marco Polo ancora inediti. Insomma: chi cerca trova. Quello che manca – conclude Grillo – è una generazione di storici che possa aprire gli occhi sui documenti asiatici: i cinesi su questo sono un esempio, stanno traducendo quintali di testi e documenti della storia europea perché vogliono studiarci a fondo. Noi invece siamo ancora un po’ snob. Eppure conoscere gli altri significa conoscere meglio se stessi».

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