Lo zio erudito insegna la resilienza

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di Lorenzo Morandotti

Plinio il Vecchio può essere considerato un campione di resilienza? Di resistenza culturale senz’altro sì se corrisponde al vero la descrizione che ne fa il nipote: una curiosità inesauribile, una volontà di sapere che lo portava a leggere e studiare di continuo, in una  perenne fame autodidatta. Resilienza. Su questa parola in auge da una decina d’anni, ma dalle radici antiche e forse oggi un po’ abusata in epoca di pandemia, si sta costruendo una polemica linguistica e mediatica.

Equivale a resistenza, capacità di affrontare le avversità? O più compiutamente sotto il profilo psicologico è “la capacità di un soggetto di adattarsi positivamente ad una situazione negativa e capace di produrre dei traumi”? Il sito della benemerita Accademia della Crusca analizza in dettaglio la storia del vocabolo.

Anche il comasco Plinio il Vecchio, che Italo Calvino definì «protomartire della scienza sperimentale» con il suo sacrificio di scienziato sotto le esalazioni venefiche del Vesuvio durante l’eruzione del 79 d.C. descritta dal nipote Plinio il Giovane,  è a suo modo, per vita e per parole,  un campione di resilienza e ha usato nel suo capolavoro enciclopedico il verbo “resilire” che dà origine al vocabolo nella lingua di Dante nei significati di  “saltare, fare balzi, zampillare” e “saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi”.

Usa la parola ad esempio parlando di un prolasso uterino che torna nel suo alveo. Un libro appena edito da Mimesis ci permette di fare il punto sul concetto:  La resilienza dell’antico. La storia alla prova del presente di  Giovanni B. Magnoli Bocchi.

Spiega come se in fisica si denomina  “resilienza” la «capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi»  (è la definizione che leggiamo sullo storico dizionario italiano dello Zingarelli) già Quintiliano nella Institutio Oratoria e il comasco Plinio nella Naturalis Historia, ma anche Cicerone nelle sue Orazioni ne fanno un uso più vicino alla sensibilità di noi cosiddetti moderni.

Andrea Giardina della Normale di Pisa nel 2015, in un   saggio sulla “Resilienza nell’età dell’angoscia” (scaricabile dal sito dell’Università di Bari), parla  di  resilienza come di  parola «a rischio di usura per inflazione semantica». Eppure è ancora  motore di significati, anche grazie al buon vecchio Plinio.

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