Locali e shopping, da giovedì nuovo lockdown

Centro storico di Como, senso unico pedonale, seconda ondata coronavirus, misure anti assembramento

Ancora pochi giorni di libertà di movimento anche per gli acquisti e poi, dalla vigilia di Natale all’Epifania, un’alternanza tra dieci giorni di area rossa e quattro di area arancione. Il nuovo decreto legge varato dal governo vieta pranzi e cenoni nei ristoranti e nei locali, ma consente un minimo di possibilità di muoversi alle famiglie. Sia nei giorni rossi sia in quelli arancioni si potrà lasciare l’abitazione, una volta, verso casa di parenti o amici. I limiti riguardano gli orari (ogni spostamento va fatto tra le 5 e le 22), il numero di persone (un massimo di due adulti, oltre i figli sotto i 14 anni) e i confini regionali. Non è possibile incontrare qualcuno fuori Lombardia, neppure raggiungere le seconde case (da lunedì fino al 6 gennaio) dentro o fuori la Regione. Restano garantiti gli spostamenti per motivi di lavoro o comprovate esigenze, come ad esempio recarsi a fare la spesa o in uno dei pochi esercizi aperti. Nei giorni arancioni, il divieto di muoversi fuori dai confini comunali è più morbido per i paesi sotto i 5mila abitanti (oltre cento comuni solo nel Comasco), ma i residenti devono restare entro un raggio di 30 chilometri dal confine e non possono recarsi nel capoluogo (Como). Il rientro a domicilio viene in ogni sempre caso garantito.
Ieri, bar e ristoranti hanno lavorato bene, pur nei limiti di orari e capienza, ma per loro il Natale è già finito, come spiega Giovanni Ciceri, presidente di Confcommercio Como. «Ristoratori e baristi continuano a non capire la ratio dei provvedimenti – dice Ciceri – Un ristorante chiuso mette in crisi tutta la filiera, dalle lavanderie ai fornitori di bevande e alimenti. Nessuno può dire che il Covid si stato trasmesso nei ristoranti o nei negozi. Il problema è fuori. Ma il governo sceglie di chiudere le attività per non affrontare il discorso della mobilità esterna. Anche per le scuole ha fatto così. Dicembre, per un locale garantisce il 20% delle entrate annuali. Si sono ridotti di tre quarti i coperti, c’erano tutte le condizioni per lavorare in sicurezza, invece si è scelto di chiudere e di dare quei pochi ristori alla categoria».
Dal 24 chiuderanno, pur a singhiozzo (nei soli giorni rossi) i negozi. «Anche questi giorni di riapertura per i negozi di abbigliamento sono stati particolari – spiega Marco Cassina, presidente di Federmoda Como in seno a Confcommercio – Essere aperti non vuol dire purtroppo tornare subito a lavorare e non avere danni. In città si sente tantissimo l’assenza del cliente dalla Svizzera. Ogni territorio ha la sua peculiarità, ma i decreti non ne tengono mai conto».
Ironia della sorte, la partenza dei saldi invernali era fissata per il 5 gennaio, giorno “rosso” quindi di chiusura dei negozi. «La data verrà posticipata, ma per riprendere a lavorare noi commercianti abbiamo bisogno che la gente possa tornare ad uscire con un po’ di serenità e tranquillità dal punto di vista sanitario», conclude Cassina.

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