Lugano, il sogno dell’aeroporto ucciso dalla pandemia e dalla globalizzazione

Aeroporto Lugano

Bei tempi, quando da Lugano si poteva volare verso Roma o le più esclusive località di vacanza del Mediterraneo.
Aerei piccoli ma comodi, tempi d’attesa al check-in praticamente nulli, un tragitto da casa verso Agno che quasi mai riservava sgradite sorprese.
Per molti comaschi, e per tantissimi laghée, l’aeroporto ticinese è stato anche la prima tappa del volo intercontinentale in partenza da Zurigo. Un’altra soluzione comoda, che evitava il passaggio sempre faticoso da Linate o, peggio, da Roma.
Tutto questo non c’è più. Non c’è più da alcuni anni, in verità. Sebbene qualcuno abbia tentato di salvare lo scalo luganese a ogni costo. Non c’è più perché il trasporto aereo è cambiato, in profondità. Travolto in larga parte prima dalla crisi dell’11 settembre, poi dalle conseguenze del crack finanziario del 2008, e infine dall’apocalisse del Coronavirus, con il 95% delle flotte tristemente parcheggiate negli hangar e i cieli mai così vuoti. In mezzo, c’è stata pure l’esplosione dei viaggi low cost, i biglietti per Londra o Praga a 10 euro, roba che nemmeno il teletrasporto dell’Enterprise.
La parabola dell’aeroporto di Lugano si è infranta sulla durissima realtà della globalizzazione. Che non ha risparmiato decine di altre piccole strutture.
Il tentativo della Città e del Cantone di prolungare la vita (o, forse, l’agonia) dello scalo iniettando altri 5 milioni di franchi si è schiantato contro il muro della pandemia. Forse è stato un bene per i cittadini ticinesi, perché quei soldi non sarebbero serviti a rilanciare l’aeroporto, ma soltanto a sorreggerne finanziariamente un declino più lento.
Di ritorno da Roma, una sera di alcuni anni fa, guardando dal finestrino di un Saab della Darwin Airline che aveva iniziato la discesa verso Agno, distinsi nettamente la cosiddetta “metropoli diffusa”: Milano, la Brianza, il Comasco, il Ticino. Da quella immagine, fatta di luci, di strade affollate, di case e di capannoni, emergeva una verità incontestabile: Lugano, con la sua piccola pista chiusa tra il Ceresio e il laghetto di Muzzano, vive nel cuore di un territorio servito da un gigantesco hub (Malpensa) e da un’altra grande aerostazione (Linate). Nel mondo in cui si vola (o si volava, prima che scoppiasse l’inferno del Covid-19) a prezzi irrisori, Agno era un’eccezione quasi insopportabile. E proprio per questo destinata a soccombere.
Lottare per la sua salvezza è stato sicuramente giusto, ma un po’ velleitario. E, per certi versi, anche contraddittorio.
Dopo l’apertura del secondo tunnel del Gottardo, il viaggio da Lugano a Zurigo in treno è diventato più breve della tratta aerea. Non a caso Swiss ha chiuso il collegamento dirottando i propri clienti sulle ferrovie.
Grandi e piccole compagnie, da alcuni anni a questa parte, hanno giudicato troppo elevati i costi di gestione per il mantenimento di una flotta in Ticino. E a nulla sarebbe servito allungare la pista per dare modo agli aerei più grandi di atterrare o decollare. Il sogno dello scalo di Lugano è finito molti anni fa.
È stato bello poter alzarsi alle 7 del mattino per essere a Roma alle 9 e mezza partendo da Porlezza o da Menaggio. Ma è un passato che non torna.

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