Lugano paradiso fiscale degli italiani. In un libro la storia dei “colletti sporchi” del Canton Ticino

Lugano
Lugano è stata per anni il paradiso fiscale di molti evasori italiani
Lugano è stata per anni il paradiso fiscale di molti evasori italiani

Mezzo secolo di storia giudiziaria. I crac bancari degli anni ’70 del Novecento, il fiume di narcodollari che si riversò in Svizzera poco tempo dopo.

La copertina del libro di Francesco Lepori
La copertina del libro di Francesco Lepori

Questo (e molto altro) racconta Francesco Lepori in Il Ticino dei colletti sporchi (Armando Dadò Editore, pagine 256, euro 20), cronaca minuziosa ma scorrevole di una quarantina tra i processi più importanti celebrati nel Cantone. Processi che direttamente o indirettamente hanno anche coinvolto centinaia di risparmiatori italiani.

Paolo Bernasconi, oggi avvocato a Lugano, è stato uno dei protagonisti di quella stagione giudiziaria avendo diretto per vent’anni la Procura della città ticinese. Fu proprio lui a condurre le inchieste che portarono alle condanne in gran parte dei processi descritti nel libro.

Avvocato, è servito a qualcosa tutto quel lavoro?

«Certamente sì, anzitutto per le vittime, poiché il processo penale spesso è l’unico strumento che permette di sequestrare il bottino ricavato dai truffatori. E quando questi ultimi abbiano nascosto o dilapidato tutto, si può comunque procedere contro la banca negligente ed ottenere il rimborso».

Pochi giorni fa il Parlamento svizzero ha tra l’altro approvato la Legge sugli istituti finanziari che prevede proprio un sistema di mediazione fra il cliente danneggiato e il suo gestore patrimoniale, allo scopo di rendere il rimborso più veloce e meno costoso.

L'avvocato Paolo Bernasconi
L’avvocato Paolo Bernasconi

«La stragrande maggioranza delle vittime degli operatori bancari condannati nei processi descritti nel libro era italiana. Come si spiega?

La stragrande maggioranza dei patrimoni danneggiati, dilapidati o male amministrati, non era dichiarata al fisco. Pertanto, molte vittime hanno rinunciato al processo, temendo ricadute fiscali negative. Più grave però l’atmosfera di generale clandestinità, che per 40 anni ha caratterizzato questi rapporti professionali, permettendo agli operatori finanziari disonesti di giustificare la mancata consegna di rendiconti bancari, che invece veniva sostituita da documenti poco attendibili. In altre situazioni i clienti non li avrebbero mai accettati per buoni».

Il sistema bancario e finanziario svizzero è migliorato?

«Sicuramente. C’è l’obbligo non solo per le banche, ma per tutti gli operatori finanziari, di denunciare alle autorità antiriciclaggio qualsiasi sospetto di origine criminosa. Ciò che ha molto facilitato la scoperta di malversazioni. Inoltre, i controlli dell’autorità di vigilanza bancaria sono più efficaci e diffusi».

Tuttavia dalle cronache giudiziarie italiana emergono in continuazione fiduciari ticinesi coinvolti in inchieste di varie Procure. Come si spiega?

«Sul territorio continua ad operare qualche fiduciario di pessima categoria assieme a faccendieri fuori da ogni controllo. Anche nel Canton Ticino la prevenzione è ferma a 40 anni fa, quando promossi una legge speciale sulla vigilanza riguardante i fiduciari. Purtroppo per coloro i quali esercitano questa professione senza autorizzazione le multe sono ridicole. Questi bracconieri sono ancora a caccia sul territorio italiano, dove continuano a trovare investitori di piccola e media importanza che affidano loro denaro. Se un funzionario di banca è disonesto, la banca risarcisce. Chi affida il suo denaro a questi bracconieri, non sarà mai più risarcito».

Le inchieste giornalistiche internazionali hanno scoperto migliaia di società buca-lettere con sede in paradisi fiscali, ma che operano indisturbate in territorio svizzero. Come mai?

«Già nel 1969, primo anno della mia funzione giudiziaria, scrissi che le società buca-lettere andavano bandite da tutte le piazze finanziarie internazionali. Le inchieste giornalistiche non hanno scoperto proprio nulla che le autorità svizzere, italiane, tedesche, americane e di tutti i Paesi già non sapessero: esistono dovunque fabbriche di società buca-lettere che immancabilmente vengono a galla nelle inchieste contro truffatori, corruttori, riciclatori e simili. Proprio in questi giorni in Svizzera è stato varato un progetto di legge che estende gli obblighi antiriciclaggio anche a tutti coloro che aiutano a costituire, amministrare e gestire società buca-lettere straniere e svizzere. Le multe per i contravventori rimarranno comunque ridicole e quindi l’effetto di prevenzione sarà nullo. Tocca alle banche, finalmente, chiudere tutti i conti intestati a società buca-lettere, non solo in Svizzera, bensì in tutti i Paesi che aderiscono agli sforzi di organizzazioni internazionali, come l’OCSE».

La Svizzera e gli altri paradisi fiscali in Europa hanno ormai aderito allo scambio automatico di informazioni. Il suo libro pubblicato alcuni anni fa, intitolato Avvocato, dove vado?,  aveva avvertito sui rischi di trasferimento del patrimonio in Paesi senza tradizione bancaria. Quali sono gli sviluppi?

«Continuo ad assistere a difficili tentativi di recupero da parte di società e persone italiane, svizzere e di altri Paesi, che hanno trasferito il loro patrimonio a Dubai o nell’Europa dell’Est (Repubblica Ceca, Serbia, Montenegro), dove i loro soldi sono spariti e dove le possibilità di successo giudiziario sono minime. Ma ora sugli evasori fiscali funziona anche la rete delle autorità nazionali antiriciclaggio, che ricevono comunicazioni spontanee da paesi esotici verso l’Italia e verso la Svizzera, che poi danno luogo a procedimenti fiscali e penali».

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