«L’Università dell’Insubria strategica per svegliare Como. Ma le istituzioni collaborino»

Il Chiostro dell'Università dell'Insubria

Aree dismesse e luoghi del sapere da rilanciare, per non lasciare che il declino di Como prevalga. Stefano Serra Capizzano, prorettore vicario all’Università dell’Insubria fino al 2024, si dice, da non comasco di origine, «innamorato del capoluogo lariano che unisce pregi culturali e ambientali notevoli e una bellezza speciale. Como – prosegue il prorettore – ha goduto di una ricchezza legata a seta e certa industria che ha avuto un grande successo passato e tende a sedersi sugli allori, perché non sente un bisogno cogente di muoversi e sta diventando una città per persone anziane. Como ha potenzialità enormi che non sfrutta ed è un po’ seduta sugli allori, i segnali di decadenza ci sono e abbiamo però grazie all’università l’occasione di invertire tale tendenza».
L’esperienza insegna, sostiene il prorettore: «Abbiamo già attratto giovani docenti a insegnare, se il trend prendesse ancora più quota potremmo intensificare la capacità di attrarre giovani talenti che potrebbero fare famiglia qui e ringiovanire il tessuto sociale. I comaschi non devono temere la contaminazione. Ci siamo già muovendo per consolidare ancor più l’Insubria a Como. Penso ai percorsi specifici in “data science” che stiamo progettando e che potrebbero sostenere un forte rilancio dell’industria e dell’economia lariane, e penso al corso specialistico in Scienze del turismo con vocazione per i beni ambientali e culturali che farebbe leva proprio sul ruolo di Como città di frontiera sull’asse Milano-Zurigo».
Sul “Corriere di Como” il professor Giulio Casati, tra i fondatori dell’università a Como, ha auspicato un campus per 15-20mila studenti al San Martino. «Noi lavoriamo – dice Serra Capizzano – a istituire nel complesso di Santa Teresa un collegio di merito sul modello di quelli storici di Pavia, che mancano in effetti a Como e che possono diventare un punto di attrazione notevole per la città dopo l’esperienza della “Scuola di Como”. È evidente che se aumentano corpo docente e alunni iscritti, la città ne ha giovamento e cambia aspetto».
Il Polo umanistico dell’Insubria è a Sant’Abbondio, di fronte alla madre di tutte le aree dismesse ossia l’ex Ticosa. «Ribadiamo il nostro interesse per l’ex centrale termica “Santarella” – dice il prorettore – a patto che l’area sia certificata sul piano ambientale, per evitare iter e costi altrimenti non sostenibili. Ci siamo già impegnati con i progetti emblematici di Fondazione Cariplo a un piano di rigenerazione urbana nel polo scientifico di via Valleggio e quindi abbiamo già esperienza in materia. È chiaro che la città deve venire incontro alla crescita della popolazione universitaria, fornendo servizi sportivi e garantendo ai giovani quella socialità che fa la differenza, perché l’attrattività non sia solo in termini di eccellenza scientifica. Noi fungiamo anche come ascensore sociale per tanti giovani che provengono da famiglie non benestanti che non hanno una tradizione di laureati e come Insubria siamo competitivi come ateneo rispetto a tante università del Nord Europa e della Lombardia». Il richiamo a una maggiore empatia tra città e ateneo ha anche un risvolto concreto: «Il Politecnico non c’è più a Como – dice Serra – tre piani della torre di via Valleggio sono pieni di aule non utilizzate. Se la politica ci aiutasse a usarle potremmo liberare spazi nella sede di viale Cavallotti, chiesti tra l’altro dalla scuola di danza “Pasta” e dal Conservatorio “Verdi” di Como. Servono alleanze tra le istituzioni culturali, altrimenti il cammino è più difficile».

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