Ma per chi non ha lavoro il vero stress è poter fare

Parole come pietre di Marco Guggiari
Bisogna intendersi su cosa è stress. Un convegno dell’Asl ci informa che un comasco su tre ne soffre a causa del lavoro. Ben vengano gli antidoti, anche perché ci sono situazioni che generano patologie. Chi è impegnato in fabbrica o in ufficio, o in qualunque altra attività professionale, sa che può essere duro reggere determinati ritmi, tensioni e pressioni.
Resta però il fatto che oggi, dati alla mano, il tipo di stress su cui sarebbe bene concentrarsi è un altro e di segno opposto:
quello da mancanza di lavoro. Il tema è fin troppo noto e le statistiche snocciolano numeri eloquenti: a fine 2009, senza contare l’esercito di cassintegrati, i disoccupati ufficiali della nostra provincia erano quasi 20mila. Tra loro tanti padri di famiglia con età “difficili” per una prospettiva di nuovo impiego, oltre che donne e giovani in cerca della prima occupazione.
Vogliamo mettere questo stress, che è un micidiale impasto di frustrazione e angoscia per il futuro (e spesso anche già per il presente), con l’altro di chi, comunque, il lavoro ce l’ha? Come sempre, tutto è relativo e si tratta di stabilire le priorità. Che, per ognuno, corrispondono naturalmente alla propria specifica esigenza, ma in assoluto si collocano invece su una precisa scala. E il gradino più in alto, che può diventare vero incubo, è quello del fare. Un po’ più sotto c’è il fare in condizioni migliori.
Viviamo, anche a Como, gli anni dello spartiacque tra chi a fine mese riceve una busta paga e chi no. Tra chi è (per ora) “garantito” e chi va alla deriva. È un tornante che richiede nuove sensibilità culturali rispetto al passato. I cercatori di stress, e non solo loro, dovrebbero tenerne conto.

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