Mario Guidotti: «La mia vita da neurologo, grato a Como e ai comaschi»

Mario Guidotti

Il cervello, la salute, la cura dei malati e la comunicazione con loro, l’attività clinica ospedaliera, i progetti per il futuro, il dopo-pandemia, i pregi e i difetti di Como.
Di tutto questo parla a ruota libera Mario Guidotti, 64 anni, medico fresco di pensione, specializzato in Neurologia e in Neurochirurgia, milanese di nascita e di studi, ma tra i camici bianchi in organico all’ospedale Valduce fin dal 1984.
Notissimo in città e in provincia, è stato primario di Neurologia e capo dipartimento di area medica. «Ho avuto qualche tentazione di lasciare Como, ma sono rimasto e non me ne sono pentito», dice subito.
Al Valduce è rimasto legato con un contratto di consulenza che lo impegna per tre mezze giornate alla settimana nella lettura degli encefalogrammi e nelle visite specialistiche con servizio sanitario, così che tutti possano accedere. «Libero da orpelli amministrativi, gestionali e burocratici, sono lieto di tornare a fare il medico, a visitare gli ammalati», spiega Guidotti.
Sposato con Silvia, anche lei dottoressa, laureata in Scienze dell’alimentazione, è padre di due figlie: Barbara, che vende arte come specialist di Christie’s, e Francesca, ematologa.
Qual è il motivo per cui ha scelto la specializzazione in Neurologia? In un’occasione disse che, scoperto il cervello, non ci furono dubbi in proposito.
«Quando ho affrontato neurologia, al quinto anno di facoltà, ho visto cos’era il cervello e ho deciso che non potevo fare altro. Ho fatto medicina più di tutto per conoscere me stesso e me ne accorgo adesso: chi siamo, come siamo fatti, come funzioniamo. Scoperto il cervello, a me il resto è sembrato collaterale. Tutto il resto è sostituibile; il cervello no. Se mai un giorno sarà possibile il trapianto di cervello, sarà in realtà il trapianto della persona sul cervello».
Quali sono le principali caratteristiche che deve avere un neurologo?
«Conoscere molto bene tutti gli altri organi, proprio per la capacità del cervello di correlarsi a tutto il resto. Molte malattie del cervello si riconoscono negli altri organi, quindi il neurologo dev’essere un internista a tutto tondo. Poi occorre avere un’ottima conoscenza delle tecnologie, in particolare radiologiche ed elettrofisiologiche perché negli altri organi si entra a vedere, si fanno biopsie. Nel cervello no».
Non c’è il rischio che il neurologo sia talvolta scambiato per psicologo?
«Non solo psicologo, anche psichiatra, psicanalista. Oppure qualcuno arriva e dice: “Vengo da lei perché mi dicono che sono malato di nervi”. C’è questa confusione, che inizialmente mi ha spiazzato. Uscito dall’università, pensavo di vedere soltanto Parkinson, sclerosi multiple, ictus, cioè malattie neurologiche. Invece vedevo un sacco di altra gente che aveva malattie di tipo funzionale. Ho dovuto adattarmi e studiare anche questo settore che occupa circa il cinquanta per cento della quotidianità ambulatoriale».
Può raccontare un episodio in tal senso?
«Di casi ve ne sono centinaia. Tra gli aneddoti al limite del divertente ci cono quelli in cui ti scambiano per uno che legge negli occhi. Ricordo una signora che non voleva mai togliere gli occhiali da sole per paura che le leggessi nel pensiero. Oppure un’altra paziente che ha rifiutato di sottoporsi a un encefalogramma per paura che scoprissi cosa pensava».
Quanto conta inquadrare la personalità del paziente, per lo meno rispetto ad alcune problematiche, per risolvere positivamente il caso che lo riguarda?
«Conta tantissimo perché la parte fondamentale della diagnosi è l’anamnesi. Lì risiede il novanta per cento della diagnosi. E la si fa nei primi cinque-dieci minuti. Se il racconto lo fa una persona disturbata o manipolatrice, si rischia di essere depistati».
Cosa offre l’attività clinica ospedaliera?
«Offre mezzi straordinari per poter curare gli ammalati. Per la tecnologia, senza la quale oggi si può fare poco, ma ancora di più per le risorse umane. In ospedale trovi sempre il collega che ti dà una mano, che ne sa di più, o che presidiando un diverso settore, ti chiarisce una situazione. Nella stessa neurologia, si fa fatica a seguire più di due ambiti e allora ci si rivolge a un collega di reparto più aggiornato in settori diversi».
E cosa chiede l’ospedale alla vita di un medico?
«Una dedizione pressoché completa, Una delle cose che più mi preoccupavano quando ero giovane era constatare che i medici da me presi come modelli avevano quasi sempre famiglie frantumate. Mi chiedevo come avrei potuto tenere insieme famiglia e carriera senza orari, magari con la reperibilità per 21 giorni su 31. Per farlo devi avere accanto una donna non soltanto forte, ma flessibile».
Una soddisfazione professionale che non dimenticherà?
«Ne dico due. La prima mi riporta al giorno in cui il mio primo maestro disse: “Voi vedrete la cura della sclerosi multipla”. Era il 1980 e io ho avuto la fortuna di vivere effettivamente nell’epoca in cui la sclerosi multipla non si guarisce, ma si cura. Una ragazza che ha vissuto il dramma della diagnosi di questa malattia ed è stata lasciata dal fidanzato con cui doveva sposarsi dopo un mese, ha trovato un altro uomo. Con lui ha avuto tre figli e sta benissimo. L’ho vista due mesi fa. L’altra grande soddisfazione è la prima trombolisi che abbiamo fatto, vale a dire la terapia acutissima dell’ictus ischemico. Ho potuto vivere il pionierismo di questa terapia. La notte del 31 dicembre tra il 2003 e il 2004 ho fatto la prima trombolisi assieme a una mia assistente e vedere un paziente affetto da paresi che torna a parlare e si rimette in piedi, è stata per me un’impressione straordinaria».
Un rammarico?
«Tanti. Tutte le diagnosi sbagliate. Quelle che ho verificato, che ho rivisto perché me l’hanno detto i miei colleghi, o chissà quanti altri casi di persone di cui non ho nemmeno avuto conoscenza e per le quali ho magari sbagliato anche la terapia. Questa è una cosa che porterò per sempre con me. Se ci si interroga sul perché come medici sbagliamo, emergono due risposte. Una è il pregiudizio, quei famosi cinque minuti in cui ti fai la prima idea sul paziente rischi di portarteli sempre dietro. Nel dieci per cento dei casi sbagli, ed è una percentuale alta. L’altra situazione che ti frega è la fretta, intesa come disattenzione, perché magari suona il cicalino».
Una vicenda che le ha insegnato qualcosa di nuovo nella sua professione di medico?
«Che tutte le prognosi stampate sui libri vanno completamente riscritte o non vanno nemmeno messe nero su bianco perché non considerano mai il fattore del singolo paziente e la sua capacità di reagire alla malattia. Ricordo il caso di Sla di un uomo che ha vissuto a lungo. Io mi chiedevo se gli stavo facendo un piacere, curandogli respiro, alimentazione, fisioterapia. Gliel’ho domandato. La risposta mi ha spiazzato: “Dottore, vale la pena vivere soltanto per ricevere le carezze di mia moglie”».
Lei è opinionista del “Corriere di Como” e ha anche aiutato il suo ospedale a relazionarsi con i mass-media più che in passato. Come nasce la sua vocazione per la comunicazione?
«Mi sono accorto durante la carriera, a mie spese e a spese dei miei malati, che quello del medico è in larga parte un lavoro di comunicazione. Perché se non impari a comunicare, non hai l’alleanza del malato. Ho dovuto migliorarmi e, probabilmente, non sono tuttora un buon comunicatore con i pazienti. Poi mi sono accorto che la classe medica nel suo insieme comunicava male con la popolazione e ho cercato di sensibilizzare tanti colleghi in senso contrario. Sembrerà curioso, ma l’unica materia in cui sono stato rimandato è stata italiano in seconda liceo classico. Ricordo quale dolore fosse per mia madre e sono contento che sia stata ancora in vita quando le ho mostrato il tesserino dell’Ordine dei giornalisti. Lei però, vedendo una mia ricetta e riferendosi alla calligrafia, mi disse: “Guarda che scrivi ancora malissimo”».
Ha un progetto nel cassetto?
«Vorrei restituire qualcosa del tanto che ho ricevuto alla mia famiglia e a Como. Entrambe mi hanno dato opportunità gigantesche. E il più grande regalo che posso fare ora è il tempo, con opere di volontariato familiare e sociale. Mi piacerebbe anche raccontare questo anno di Covid vissuto da dentro, dall’inizio fino al mio pensionamento. Ricevere la telefonata del sindaco che mi diceva: “Mario, so che avete difficoltà con le salme, ma ho trovato un posto dove potete metterle”, è qualcosa che pensavo di vedere soltanto in un film dell’orrore. Un’altra telefonata in piena notte mi avvertiva che erano finiti il Propofol e il Curaro. Bastavano soltanto per due malati e rischiavamo di dover intubare gli altri da svegli».
Come cambieranno le nostre vite dopo la fine della pandemia?
«So dire come cambieranno riguardo al mondo sanitario. La sanità dovrà cambiare e nulla sarà più come prima. Ci sarà sicuramente una maggiore attenzione alla bassa intensità. Noi finora avevamo questa cattedrali, questi grandi ospedali, l’alta intensità. Sono invece mancate completamente la medicina del territorio e la bassa intensità. In futuro si darà molta più attenzione anche a queste. L’altra novità da sviluppare sarà la telemedicina. Più in generale, ci vorrà tempo per non avere più paura dell’altro».
Da comasco ormai a tutti gli effetti, come vede la nostra città?
«Sono veramente grato a Como per quanto mi ha dato, che mi aspettavo mi avrebbe offerto Milano. E questo grazie a un pregio fondamentale di Como e dei comaschi, che è l’accoglienza. Mi hanno dato tante opportunità: persone che ho conosciuto, tecnologie e anche benessere».
Detto questo, la città ha i suoi problemi.
«Sì, mi piacerebbe che fosse una città con meno paure e con più visione, non ripiegata su sé stessa, che alla guida guardi verso l’orizzonte e non nello specchietto retrovisore. Non a quello che ha ottenuto nel passato, o a quello che il buon Dio le ha donato grazie a una natura bellissima che tutti ci invidiano. E poi vorrei che sapesse valorizzare meglio le proprie risorse, soprattutto umane, prima di lamentarsi dei propri limiti».

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