Cronaca

Maxi processo per i prodotti contraffatti: in aula 40 imputati

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In totale sarebbero oltre 100mila i vestiti e gli accessori finiti nelle mani della guardia di finanza. Gran parte delle contestazioni sono però a rischio prescrizione
Indagine partita da una perquisizione a Maslianico nel 2005: furono trovati 17mila capi “tarocchi”

I numeri dell’inchiesta sono impressionanti. Oltre 100mila capi contraffatti di tutte le maggiori marche della moda, e quaranta imputati tra chi confezionava e importava le “patacche” e chi le rivendeva nei propri negozi a ignari clienti.
Ma impressionanti sono anche i numeri dei tempi della giustizia che, dopo tre anni di indagini e altrettanto di processo svolto a Bergamo – perché là si riteneva ci fosse la base dell’associazione per delinquere (cosa poi non provata) – ha rimandato

tutto a Como, facendo ripartire il fascicolo dall’udienza preliminare, in quanto i giudici hanno ritenuto competente il tribunale lariano dove avvenne il primo maxi sequestro (a Maslianico) della vicenda. Così, di fronte al giudice Nicoletta Cremona, sono sfilati i 40 imputati.
A 18 persone viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al commercio di prodotti con i marchi contraffatti. Tra questi anche un 56enne con un magazzino a Montano Lucino dove furono rinvenuti 1.798 capi e oggetti “tarocchi”. Sarebbero stati questi imputati, secondo la tesi dell’accusa, a organizzare la produzione e l’importazione dei prodotti contraffatti che poi venivano smerciati in Italia raggiungendo i negozi di tutta la penisola.
Gli altri 22 finiti in aula sono proprio i negozianti o comunque i commercianti trovati in possesso dei prodotti contraffatti.
Questi ultimi devono rispondere a vario titolo di ricettazione e commercio di marchi “tarocchi”. Una accusa che, se fosse confermata, porterebbe a ritenere che nei negozi e nei punti vendita degli interessati era commercializzata merce contraffatta pagata tuttavia come se fossero prodotti di grandi firme. Le case il cui marchio era stato illegalmente riprodotto sono tantissime: si parla ad esempio di Onyx, Prada, Puma, Moncler, Moschino, Dolce&Gabbana, Gucci, Guess, Calvin Klein, Cavalli, Napapijri e tante altre. Una storia che, come detto, partì il 30 settembre del 2005 quando a Maslianico si presentarono gli uomini della guardia di finanza di Bergamo per una perquisizione in seguito, probabilmente, ad una segnalazione ricevuta. Nel magazzino di proprietà di un comasco di 54 anni, furono trovati 17.481 capi di abbigliamento e accessori contraffatti.
Fu il primo mattone di una indagine che poi portò ad una infinità di altri blitz e sequestri in tutta la Lombardia, e non solo, tra cui anche quello già citato di Montano Lucino. L’operazione più clamorosa a Rho, con 61mila capi finiti nelle mani nella finanza. Ma un’altra perquisizione importante avvenne pure a Genova (17mila capi).
In totale, furono oltre 100mila i prodotti “tarocchi” caduti nelle mani delle fiamme gialle, importati «via terra e via mare» grazie a «attestazioni fittizie» prodotte dai vertici dell’associazione che commissionava anche i capi di abbigliamento da far produrre in India.
Tutto è poi finito in Procura a Bergamo e, in seguito, di fronte ai giudici orobici in quanto si riteneva che la base dell’associazione per delinquere fosse in quel territorio. Venuta a mancare la certezza di questo radicamento – a sei anni di distanza dalla gran parte dei fatti contestati – il fascicolo è così stato dirottato su Como dove è ripartito dall’udienza preliminare. L’udienza è poi stata nuovamente rinviata al 30 gennaio. Giusto per la cronaca, la gran parte delle contestazioni si prescriverà nel 2016.

Mauro Peverelli

Nella foto:
L’udienza preliminare è andata in scena al palazzo di giustizia di Como
7 Novembre 2013

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