Memorie garibaldine in scena a Turate

Storia e documenti – La pronipote dell’“Eroe dei due mondi” ospite della Casa dei Veterani intitolata a Umberto I
Un Giuseppe Garibaldi forte e fragile allo stesso tempo, con i suoi punti di forza ma anche con le sue debolezze. Un po’ come tutti noi, insomma.
È questa l’immagine dell’“Eroe dei due mondi” che esce dallo studio che Daniela Furlani, docente di Linguistica italiana e specializzata in Psicologia della scrittura, ha compiuto su alcuni manoscritti autografi del grande nizzardo conservati nel Museo della Casa dei Veterani “Umberto I” di Turate.
«Uno studio alla ricerca dell’uomo,
non dell’eroe», ha voluto specificare la ricercatrice durante la presentazione del libro che riassume i risultati del suo lavoro, sabato scorso nella bellissima sala delle conferenze di quel gioiello architettonico, artistico e – soprattutto – storico, che è il palazzo che ospita l’ultracentenaria istituzione. Nel corso della sua lunga storia, centinaia di militari ed ex combattenti hanno passato gli ultimi anni della loro esistenza in queste camere, e «tra questi, anche molti ex-garibaldini», ha ricordato Dario Frattini, direttore della Casa di riposo.
Ognuno ha lasciato un ricordo, sotto forma di racconti e cimeli: centinaia i pezzi – divise, armi, documenti scritti, disegni – esposte nelle sale del museo; molti altri, per mancanza di spazi e di fondi, giacciono nei magazzini del palazzo, in attesa di poter tornare, un giorno, alla luce del sole e raccontare la loro storia.
Allora, la domanda per la studiosa garibaldina è, cosa ha trasformato un uomo apparentemente “normale” nel mito di intere generazioni di italiani? «La passione, il coraggio, la capacità di prendere decisioni in tempi rapidissimi, che ne ha fatto il comandante ideale», è la risposta della docente.
«In una calligrafia apparentemente rispettosa delle regole troviamo alcuni punti che indicano la capacità di uscire dal conformismo, fare propri gli ideali ed i sogni di libertà e di giustizia degli altri e appassionarsi ad una lotta».
Come la lettera “f”, «fuori dal modello dell’epoca, segnale di grande autonomia. O lo stretto spazio lasciato tra le parole, indice di attitudine al comando».
L’andamento “scattante” della scrittura «oltre che una conferma del suo decisionismo è anche indice di una grande focosità, di irritabilità, di passione». Non solo, anche di «passione per la musica. Pare avesse una bella voce, e si dilettasse anche a cantare». Non fosse diventato un soldato avremmo dunque potuto avere un Garibaldi protagonista dei teatri e della lirica? «O dell’astronomia, sua altra grande propensione, come indicato dal taglio lungo della lettera “t”. D’altronde, la sua vera passione fu il mare, la navigazione, ed è noto che, prima dei tempi moderni, la conoscenza delle stelle e del cielo fosse un requisito fondamentale per un buon marinaio».
E come tutti i marinai, almeno quelli delle storie e delle leggende, anche l’eroe delle guerre di indipendenza italiane ebbe una donna in ogni porto e fu poco propenso ad impegnarsi affettivamente, come la lettera “g” aperta a destra parrebbe indicare, secondo la dottoressa Furlani? Di certo, «fu un uomo di grande fascino, biondo e con gli occhi chiari. Ebbe tre mogli, ma un solo grande amore, Ana Ribeiro da Silva», la testimonianza di Annita Garibaldi Jallet, pronipote del condottiero, presente sabato alla serata.
Figlia di Sante e nipote di Ricciotti – secondo cui «il vero erede dello spirito indipendentista e battagliero del padre, che solo la presenza della moglie inglese, Costanza, riuscì in qualche modo ad arginare e disciplinare» – la discendente dell’“Eroe dei due mondi” ha raccontato alla folta platea intervenuta all’incontro il ricordo di una gioventù fuori dalla norma.
«Mia madre mi portava al cimitero nazionale del Verano per visitare la tomba di quel padre che non ho mai conosciuto (Sante Garibaldi morì pochi giorni dopo la liberazione di Dachau, dove era stato internato per le sue attività antinaziste, ndr), e poi al Gianicolo, a vedere il nonno Ricciotti ed il bisnonno Giuseppe: per una ragazzina, quelli erano solo busti in marmo o in bronzo. Solo più tardi ho imparato a comprendere cosa significassero nella storia d’Italia».

Franco Cavalleri

Nella foto:
Annita Garibaldi Jallet, pro-nipote del condottiero (foto Fkd)

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