Nella Bellano di Vitali torna il maresciallo Maccadò

Andrea Vitali

Malaffari o malefemmine? Situazioni boccaccesche e misteri quasi medianici intrecciati in riva al lago. Ma che ci fa in piena notte per le vie di Bellano un uomo senza pantaloni?
La levatrice è veramente stata aggredita da un balordo in quelle stesse ore? Come mai non si risveglia? E come si fa a togliere dalla stoffa di una divisa il profumo di una pietanza un po’ troppo invasiva? E che ruolo ha nel fugare le nebbie della storia l’intestino di un senatore del Regno d’Italia, che definire pigro è un pio eufemismo?
Tutte domande a cui daranno risposte le quasi trecento agili pagine di un nuovo banco di prova narrativo made in Lario.
Finalmente, dopo i ritardi imposti dalla pandemia, è uscito in libreria il nuovo atteso romanzo di Andrea Vitali, è il 39° per Garzanti calcolati anche quelli apparsi solo in formato digitale.
Si intitola Un uomo in mutande, e fin dalla copertina è tutto un programma. Siamo nella Bellano dove il medico scrittore lariano ha ambientato la quasi totalità dei suoi scritti narrativi, per creare quel “mondo piccolo” tra Guareschi e Piero Chiara che ha garantito il suo successo editoriale e tante ore liete di lettura che hanno conquistato anche critici esigenti come Antonio D’Orrico del “Corriere della Sera”.
Siamo in questo nuovo romanzo nella Bellano della fine degli anni Venti, 91 anni fa per la precisione, con il fascismo ormai imperante. E siamo a un nuovo, divertente e per il lettore davvero magnetico caso che vede impegnato nelle indagini il maresciallo della caserma di Bellano Ernesto Maccadò. Una figura drammaturgica a lungo rodata e testata, anzi il personaggio preferito che ha permesso a Vitali di conquistare nuovi lettori e di consolidare anche la tecnica narrativa, che è ormai oliatissima, un motore che fa le fusa con quel sinfonico passare di capitolo in capitolo saltando su una parola chiave come sulle pietre che permettono il guado di un fiume.
Maccadò con la squadra di comprimari da coltivare narrativamente in parallelo come l’appuntato Misfatti e il carabiniere Beola, ha molteplici funzioni, non ultima quella di fungere da alter ego dell’autore che così può osservare e a volte esprimere il proprio punto di vista, a debita distanza, sul mondo che esplora e racconta. Maccadò non è di Bellano, è un forestiero cui il lavoro ha importo la scelta lariana. Funge un po’ da cartina di tornasole per le varie tensioni che albergano sotto lo sguardo della statua di Tommaso Grossi a Bellano, le vicissitudini quotidiane, la vita appunto di un paese non destinato, come la Lecco del Manzoni, a diventar città, ma neanche a rimanere borgo di lago. Qui è crocevia di attività industriali, traffici, passaggi e anche sperimentazioni, come la pionieristica anche se non proprio fortunata sezione femminista dell’apparato di regime. Maccadò è già stato protagonista di molti romanzi di Vitali – presidente della giuria del premio letterario “Città di Como” – come Nome d’arte Doris Brilli, La signorina Tecla Manzi, Olive comprese e Galeotto fu il collier. Le belle Cece e Quattro sberle benedette. Il nuovo romanzo è intitolato alla memoria di Andrea Camilleri.

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