Nessun “terzo uomo”: il killer di Lidia si è finto un altro per attirarla nel tranello

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L’omicidio di Mozzate
È la nuova ipotesi investigativa. Al setaccio le immagini dell’autostrada

Il caso è chiuso? Sul fronte del responsabile (e reo confesso del delitto), parrebbe di sì. Non per quanto riguarda tutto il resto. Perché sono ancora molti (troppi) i punti su cui far luce nell’omicidio di Lidia Nusdorfi, la donna di 35 anni di Mozzate uccisa a colpi di coltello nel sottopassaggio della stazione del paese. Sul numero dei fendenti e la direzione, toccherà all’autopsia fare luce. Ma i dubbi rimangono sul prima (le modalità con cui è stato fissato l’appuntamento) e

sul dopo, ovvero su come sia stato possibile per il killer, Dritan Demiraj, ex convivente della vittima, tornare a Rimini come se nulla fosse successo.
Il messaggio con l’inganno
Partiamo dall’inizio, ovvero dall’appuntamento. Nelle ultime ore sembra prendere piede una ipotesi alternativa a quella iniziale. Ovvero non ci sarebbe alcun terzo uomo incaricato dall’albanese di attirare Lidia in una trappola mandandole un messaggio. Dritan, 29 anni, potrebbe aver fatto tutto da solo. L’ipotesi è che possa essere venuto a conoscenza delle relazioni della sua ex e che spacciandosi per qualche altra persona – che la vittima evidentemente non temeva – possa aver inviato un messaggio da un telefono non identificabile chiedendo un incontro. L’appuntamento era per le 19.15. Alle 19.10 Dritan era già a Mozzate, dopo aver percorso l’autostrada da Rimini fino alla Bassa Comasca. Lidia, che abitava poco distante dalla stazione, è giunta alle 19.24, è scesa dalle scale del sottopassaggio per poi trovarsi di fronte a chi non pensava di incontrare: il suo ex compagno, nonché padre di uno dei suoi due figli. L’aggressione sarebbe stata immediata. Senza alcuna discussione iniziale. Tutto sarebbe stato ripreso da una delle due telecamere del sottopassaggio, in quanto la seconda non funzionava. Su quanto avviene nel sottopassaggio non vi sono dubbi. Le immagini inquadrano solo due persone, Lidia e Dritan. Ancora da ricostruire con maggior precisione invece quello che è avvenuto fuori dal sottopassaggio della stazione delle Nord di Mozzate.
La donna in auto
Oltre al killer, arrestato per l’omicidio, e al datore di lavoro di Dritan accusato di favoreggiamento per aver fornito all’albanese un finto alibi dicendo che aveva lavorato tutta la notte nella sua pasticceria di Rimini, c’è una terza persona indagata a piede libero e sempre per favoreggiamento. Non è il fantomatico terzo uomo che avrebbe fissato l’appuntamento (che come scritto prima potrebbe non esistere) bensì una donna di 36 anni, la compagna di Dritan. Avrebbe raccontato di essere stata in auto al parcheggio della stazione di Mozzate, ma di non sapere cosa il compagno stesse facendo. Ma per credere a questa versione, bisognerebbe accettare il fatto che la donna abbia compiuto 400 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, per fermarsi mezz’ora a Mozzate. Il tutto senza dire una parola nonostante il compagno – da quanto riferito – abbia poi buttato il coltello dalla macchina in corsa allontanandosi dalla stazione. La prima verifica che gli inquirenti stanno compiendo in queste ore è sui caselli autostradali e sulle telecamere installate che riprendono i viaggiatori. L’intenzione è tracciare il viaggio della Lancia Y non di proprietà di Dritan ma nelle sue disponibilità. Ma l’obiettivo è anche un altro: era davvero in auto la donna? E se sì, poteva non sapere il motivo del viaggio a Mozzate? Per il momento è stata denunciata per favoreggiamento ma le indagini sono in corso. Insomma, il puzzle è ancora molto complesso e se la figura principale è stata ricostruita, mancano ancora tutti i pezzi per ultimare il contorno.

Mauro Peverelli

Nella foto:
La vittima portata via dal sottopassaggio della stazione di Mozzate. Il killer ha confessato ma le indagini sono ancora in corso perché non tutti i punti sono stati chiariti (Fkd)

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