“Nessuno da baciare”, tre destini incrociati

Narrativa lariana Non ha avuto una vita facile, Elvezia. Anzi, la sua – e quella della sorella Caterina – è stata crudele, fin dall’inizio: la madre morta presto, il padre impossibilitato a crescerle, le sorelle sono state sballottate dall’Italia alla Svizzera, terra d’origine della madre, da una famiglia all’altra.

Fino ad approdare – dopo il rifiuto delle autorità religiose della città di Lugano di farsi carico del loro destino – all’Istituto Santa Maria di Lora, dove verrà offerta loro la possibilità

di studiare, prima, e di lavorare, poi.
Al prezzo, però, della rinuncia a loro stesse, alla libertà: prendere i voti sarà, per entrambe, una scelta quasi obbligata, in assenza di alternative concrete da sperimentare.
A narrare la storia di Elvezia e di Caterina è Gabriella Baracchi in Nessuno da baciare (NodoLibri), terza sua opera, dopo Il vestito di sacco, successo del 1993, e Con la faccia dei giorni storti del 2004.
Una narrazione in prima persona, dallo stile secco e asciutto, perché la storia delle due sorelle è anche la storia della stessa Gabriella, allieva di Elvezia, amica di entrambe, àncora di salvezza per la sua antica maestra negli anni duri della vecchiaia.
Un rapporto difficile, quello fra le tre donne, mai veramente sereno, con momenti anche di tensione e di sconforto, eppure importante sia per le sorelle che per la scrittrice.
Il primo incontro con Elvezia avviene il giorno in cui Gabriella, bambina, arriva all’istituto di Lora. Ha dodici anni, e la figura della religiosa ne colpisce l’immaginazione, con quell’abito nero e lungo, il volto affilato seminascosto nella cuffia da suora, anch’essa nera, lo sguardo diffidente di chi troppe volte si è trovato colpito e abbandonato, una camminata ondeggiante fatta di passi piccoli e svelti. Come una pellegrina.
E tale, in effetti, Elvezia sarà per tutta la sua lunga vita: una pellegrina in perenne viaggio alla ricerca di qualche cosa che non ha. Senza mai raggiungerla, se non per fugaci istanti.
L’abito da suora sentito come un peso, una costrizione a cui entrambe, Elvezia e Caterina, si sono trovate costrette, prigioniere della corrente di un fiume impetuoso che non lasciava scampo.
L’Istituto Santa Maria è una prigione dalla quale scappare – finalmente, dopo decenni, in un impeto di indipendenza e di volontà propria – per tornarci anni più tardi, dopo le delusioni della vita “normale”, colma di difficoltà per le quali né Caterina né Elvezia erano pronte. Zattera a cui aggrapparsi per non affondare.
Unica famiglia che la donna avesse mai conosciuto.

Franco Cavalleri

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.