«Non dimentico mai l’idea di una Banca unica della Brianza». Il grande progetto di Giovanni Pontiggia

Giovanni Pontiggia

Il primo sportello di fronte casa, «quando avevo 5 anni». Quasi a voler segnare un destino inevitabile. Un destino che lo ha portato prima a diventare socio, poi amministratore e quindi presidente. Giovanni Pontiggia è stato confermato lunedì scorso alla guida della Bcc Brianza e Laghi, istituto che dirige da 30 anni. «Sarà il mio ultimo giro – dice – è giunto il momento che una nuova classe dirigente prenda il posto di quella attuale».
Fondata, tra gli altri, dal padre, la Bcc di Alzate è sempre stata, nel mosaico della vita di Giovanni Pontiggia, un tassello importantissimo, Al punto da “convincerlo”, lentamente, ad allentare il laccio che lo legava all’altra grande passione, la politica. «Da quando ho assunto la carica di presidente della Bcc l’impegno sul fronte bancario e finanziario è stato intenso ma ho imparato molto, non posso sollevare alcuna recriminazione, non sarebbe giusto».
In fondo, sia la politica sia il ruolo di banchiere sono fondati soprattutto sulla capacità di tessere relazioni.
«In un certo senso è così. La politica mi ha insegnato ad ascoltare tutti e poi a decidere di conseguenza, senza paure. E credo che mi abbia aiutato a guidare la Banca con autorevolezza, la stessa che mi derivava dall’istituzione che rappresento. Non tocca a me giudicare, ovviamente, ma credo il più delle volte di esserci riuscito».
In questi 30 anni si è mai pentito di una scelta che alla fine si è rivelata un errore? E, al contrario, c’è una decisione di cui va fiero e che magari ha preso contro il parere di qualcuno?
«In un caso avrei potuto pentirmi, ma alla fine non l’ho fatto. Nel 2004 ci fu in effetti qualche difficoltà a causa della chiusura in rosso di un bilancio per il finanziamento di una casa di cura. Dovemmo fronteggiare grosse tensioni a livello assembleare e sicuramente ci fu più di una preoccupazione. Quella piccola crisi, però, riuscimmo a superarla e oggi posso dire di essere orgoglioso di aver salvato una struttura sanitaria che è diventata importante per tutto il territorio. Di un’altra cosa sono particolarmente orgoglioso».
Quale?
Aver contribuito a costruire una nuova classe dirigente e a formare un personale preparato all’altezza delle sfide future. A partire dal direttore, con il quale abbiamo saputo fare squadra in modo magnifico».
Insomma, un bilancio positivo, tutto sommato.
«Sì, nel bene e nel male sono contento di ciò che ho fatto in questi anni, soprattutto penso di aver creato con altri i presupposti per continuare a difendere questa istituzione».
A chi si riferisce quando dice “altri”?
«Ai soci, in primo luogo. Hanno sempre creduto nel nostro lavoro e compreso l’importanza della compattezza del corpo sociale, anche in momenti non facili e soprattutto nell’ultimo triennio, con l’integrazione della Bcc di Lesmo».
In questi ultimi tre anni di presidenza che cosa farà? Quale sarà il suo obiettivo primario?
«Il triennio che abbiamo davanti dovrà essere caratterizzato da due elementi fondamentali: come ho già detto, innanzitutto la predisposizione di una nuova governance e di una nuova classe dirigente; e poi il lavoro di formazione, necessario per garantire il ricambio generazionale di cui l’azienda ha assoluta necessità. Se vogliamo avere un futuro, dobbiamo capire su chi puntare e investire».
Ma come è cambiata la Banca nei trent’anni della sua presidenza?
«È cambiata moltissimo: da banca di paese siamo diventati banca di distretto, quindi banca interprovinciale. Un percorso che, a mio giudizio, non deve essere interrotto ma continuare. Sarà questo un altro degli obiettivi strategici del prossimo triennio, un obiettivo reso ancora più urgente dalla crisi che stiamo vivendo».
Si riferisce alle conseguenze della pandemia?
«Certo. L’emergenza sanitaria ci dice che cresce il bisogno di banche territoriali e, soprattutto, di banche cooperative territoriali. Istituti di credito capaci di mettere al centro del loro agire i valori della cooperazione: la mutualità, la territorialità e la solidarietà. Molti dicono che dobbiamo “recuperare” il terreno perduto, io penso che si debba invece “ripartire”, esaltando la capacità di essere nel territorio rispetto alle esigenze dello stesso territorio. In questo senso, la risposta che dobbiamo dare è contribuire a realizzare ulteriori processi aggregativi in grado di sostenere le nostre piccole e medie aziende».
In quale direzione vorrebbe andare con queste «ulteriori aggregazioni»?
«Non dimentico mai l’idea di realizzare un’unica banca della Brianza. Dopo il primo passo compiuto con Lesmo adesso dobbiamo razionalizzare e dare ulteriore impulso al nostro processo di crescita».
Pensa a una fusione con altre Bcc contigue all’attuale zona operativa della Banca?
«Penso soprattutto a superare la logica campanilistica e a lavorare nella sola direzione del bene del territorio. Sicuramente, la concorrenza tra noi Banche cooperative è inutile e dannosa. In una realtà economica in cui siamo rimasti attori unici, come istituti territoriali, dobbiamo saper dare alla nostra clientela le stesse risposte della grande finanza, che si spaccia per banca territoriale pur non essendolo più da un pezzo. Aggiungo che la fusione con Lesmo ci ha fatto scoprire una realtà territoriale e socio-economica molto valida, all’interno della quale i margini di crescita per tutto il credito cooperativo sono molto ampi».
Non si corre così il rischio di perdere la propria identità? Oppure in un mondo fortemente concorrenziale questa identità non serve, è soltanto un peso?
«Se sono piccolo e non ho alcuni servizi, l’imprenditore va altrove. La nostra specificità è questa, il rapporto con il cliente. Che va salvaguardato e difeso. Le banche diventano sempre più grandi come dimensioni. Noi non dobbiamo snaturarci, ma concorrere tenendo fermo il nostro orizzonte. Dobbiamo dare più servizi e intensificare le relazioni con i clienti, cosa che per gli altri è più difficile. Una cosa non va mai dimenticata».
Che cosa?
«I nostri soci non contano per le azioni che possiedono ma perché sono essi stessi la banca. La controprova è stata l’ultima assemblea, che a causa del Covid è stata completamente diversa dalle altre. Si è sentita molto la mancanza del corpo sociale».
Teme che questo processo di aggregazione possa essere imposto dall’alto, in quanto inevitabile?
«In un momento come questo partire dal basso potrebbe facilitare il progetto di aggregazione ed evitare, certo, che sia deciso dall’alto. La finanza internazionale ci deve vedere come attori di pari grado, per questo penso che si debba ragionare ancora di più sull’aggregazione tra Banche vicine».

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