Non solo armi: intrigo malavitoso a cavallo del confine

altUn ennesimo episodio emerge dalle carte sulla ’ndrangheta nel Comasco
(m.pv.) C’è l’amico «consulente di banca». C’è l’infiltrato e «uomo di fiducia». C’è chi è disposto a rischiare “caricandosi” 300mila euro per poi passare il confine. C’è una società di Lugano a sua volta disponibile a dare una mano per far riapparire i soldi da una parte all’altra del confine. Poi, come avevamo scritto nei giorni scorsi, c’è anche chi fornisce armi all’occorrenza. È intenso il rapporto tra le cosche di ’ndrangheta del Comasco e la Svizzera. O, meglio ancora

, con il Canton Ticino.
Il dato, l’ennesimo, emerge dalle 800 pagine ormai tristemente note, che questa settimana hanno portato all’arresto di 13 persone. L’esempio arriva dell’episodio originario che ha poi dato il via all’indagine dell’operazione “Quadrifoglio”. Ovvero quella che ha riguardato un’area del comune di Rho dove – nell’intento dei sodali – l’obiettivo era farne cambiare la destinazione edilizia di un bene sottoposto a vincoli in quanto «di interesse culturale» fino a diventare struttura dove effettuare lavori. Il tutto facendo lievitare il valore dell’investimento. E a quell’investimento avevano partecipato anche i Galati di Cabiate, con 300mila euro. Nascono però dei problemi e il boss Antonio Galati, inizia a brigare per riavere indietro con gli interessi – che per la Dda erano da usurai – i propri soldi. Si legge nell’ordinanza: «Sebbene chi aveva contratto il debito dica di aver già restituito 100 mila euro, questo rimaneva sempre e comunque quantificato in 300mila».
La paura aumenta anche perché, ritiene l’Antimafia, tutti erano a conoscenza dello spessore criminale dei Galati. La soluzione pare arrivare da un giro strano di soldi: una società di Londra si mette a disposizione (tramite un emissario) per concedere un congruo prestito salvo ottenere in cambio una cinquantina di box a garanzia. Il passaggio dei soldi, prima definiti un milione e 300mila euro, poi “solo” 600mila, dovrebbe avvenire in Svizzera. Una società con sede a Lugano – riconducibile a uno dei debitori – si mette anche in pista per cercare di fare rientrare i soldi in Italia. Ma la cosca ha le sue “armi”. Ovvero un uomo con casa a Vaduz, nel Liechtenstein, «disponibile per operazioni finanziarie occulte» (scrivono i magistrati) e per «portare il denaro dalla Svizzera all’Italia». I Galati però non si fidano comunque: «Non toccano niente… Al ritorno non passa niente di qua». Come a dire che i 300 mila euro, in quanto restituiti, verranno investiti direttamente in Svizzera senza rischi aggiuntivi.
Ma le cosche non si “fregano”. Così inizia una serie di controlli incrociati sulla società londinese che avrebbe dovuto fornire i soldi, lavoro per cui si mette all’opera sia un «consulente di banca» svizzero, sia una «persona di fiducia» in quel di Chiasso. La risposta la si intuisce in una ennesima intercettazione: «È importante… perché non c’è niente lì dove stanno facendo l’operazione». Ovvero, questa fantomatica società di Londra sembrerebbe non esistere. I dubbi aumentano, perché il passaggio di soldi previsto per l’inizio di luglio 2013 (in quel di Chiasso), slitta a settembre.
«Lo portiamo a terreno questo qua se qualcosa va male – dice Antonio Galati – E la 38 la teniamo a portata di mano».
Non si capisce, dall’ordinanza, l’esito della vicenda. Ma quello che appare in modo preoccupante – così come era stato per la disponibilità di armi a Lugano – è il rapporto fitto con persone che dall’altra parte del confine aiutano le cosche nel portare a termine i loro intenti.

Nella foto:
Il confine con la Svizzera a Ponte Chiasso

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